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Il reddito di cittadinanza può offrire un sostegno momentaneo alle classi meno abbienti, ma resta nella sua essenza una forma di assistenzialismo. Così come è congegnata, la misura è infatti inadeguata ad avviare un ciclo virtuoso di creazione di nuovi posti di lavoro. Nella migliore delle ipotesi questa forma di reddito è in grado di alleviare i sintomi della crescente povertà, non certo le sue cause di fondo.

Di fronte alla crisi economica e occupazionale, noi di Soggetto Giuridico siamo convinti che siano necessarie politiche attive del lavoro in grado di creare nuove opportunità di impiego stabili nel tempo. Per fare questo è necessario agire al tempo stesso sul lato dell’offerta – promuovendo la riqualificazione professionale di chi è in cerca di impiego – e della domanda, incentivando l’assunzione di nuovi lavoratori da parte delle imprese attraverso agevolazioni fiscali che non siano limitate ai più giovani.

Favorire la creazione di nuova occupazione non deve tuttavia implicare la perdita delle tutele per i lavoratori. Per questo lo Stato deve essere in grado di garantire una solida rete di protezione nei casi in cui la congiuntura economica renda la mobilità inevitabile. Più in generale’, è essenziale invertire la tendenza a una sempre maggiore concentrazione della ricchezza: oggi, in Italia, l’1% dei più abbienti possiede quanto il 70% più povero.

Una politica del lavoro efficace richiede un approccio più complesso e modulato del reddito di cittadinanza, che al di là della sua forza di attrazione comporta alti costi a cui non corrispondono adeguati benefici. Per rilanciare l’occupazione serve uno sforzo equamente distribuito tra Stato, aziende e lavoratori e la capacità di andare oltre il risultato immediato per perseguire anche obiettivi di medio e lungo periodo.