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È chi lavora che deve portare LA CROCE…<<scioglilingua>>->> di un “disoccupato”
Quanto è auspicabile un futuro in cui i robot e le intelligenze artificiali arrivino a sostituire più del 70% delle professioni umane? Dipende da ciò che l’uomo saprà farne.
Il grande Oscar Wilde lo sognava. Sognava proprio un mondo senza lavoro. Nel suo libro “l’anima dell’uomo sotto il socialismo” (compratelo, in ebook costa meno di 1 euro) lo scrittore immaginava già una società liberata dalla fatica grazie alle macchine. “Mentre l’Umanità si divertirà, o godrà del tempo libero coltivato… o farà cose belle, o leggerà cose belle, o contemplerà il mondo con ammirazione e gioia, le macchine faranno tutto il lavoro necessario e spiacevole.”
Il paradiso descritto da questo esteta gli ha ispirato una delle sue osservazioni più famose: “Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo”.
Ai giorni di Wilde il futuro del lavoro era la prima domanda a cui ogni aspirante utopista (la parola “futurologo” non era stata ancora coniata) doveva rispondere. Tutto il resto, dalle relazioni di genere alla prevenzione della criminalità, è scaturito da questo.
Tra i sostenitori dell’obiettivo di ridurre drasticamente gli orari di lavoro c’erano (tra gli altri) anche Benjamin Franklin, Bertrand Russell e John Maynard Keynes. Il grande economista negli anni trenta nel suo libro “Possibilità economiche per i nostri nipoti” (questo costa solo 5 euro) coniò il termine “disoccupazione tecnologica”. La definì come “disoccupazione dovuta alla nostra scoperta di mezzi per economizzare l’uso del lavoro superando il ritmo con il quale possiamo trovare nuovi usi per il lavoro”. Un libro, questo di Keynes, che fu scritto davvero per i lettori di un secolo dopo: e in più adesso costa solo 5 euro, accattatevillo (oggi sono in vena di consigli letterari, in versione Letteratu.it).
Scritto come l’incrocio tra una profezia e una provocazione, il breve saggio di Keynes è diventato da allora un testo fisso per i pensatori successivi, noti come “post-operai”. La prospettiva della scomparsa del lavoro ha quindi creato nuovi posti per economisti e opinionisti, alcuni dei quali fanno sembrare Keynes un prudente amanuense.
Comunismo e Bollicine…
Nei saggi di alcuni pensatori moderni, il futuro è descritto come un regime comunista di lusso completamente automatizzato. Un mondo in cui tra energia solare e cibo stampato in 3D il lusso pervade tutto. La società basata sul lavoro retribuito diventa un retaggio del passato, come fu per il contadino feudale e il cavaliere medievale.
… O terrore senza fine
Sul piano opposto a questa tendenza rialzista c’è invece la visione distopica, in cui i robot gettano gli operai sul lastrico, condannandoli a vite di povertà e disperazione. Nel 1980 il New York Times tirò fuori un inquietante titolo: “c’è un robot nel futuro del tuo lavoro”. Se più di uno prova un brivido nel leggere un’affermazione che di per sé è neutra (descrive cioè una realtà presente o futura), è chiaro che l’interpretazione diventa tutto.
Un mondo senza futuro può davvero essere un paradiso o un inferno. Dipende.
Per dirimere la questione Daniel Susskind, studioso di economia ed ex consigliere politico del governo inglese, ha scritto qualcosa di notevole. Questo posso consigliarvelo, ma non posso linkarvelo: non è ancora uscito in libreria. È un saggio chiamato “A World Without Work: Technology, Automation and How We Should Respond”. Ha messo insieme fatti, dati e grafici accostandoli in modo molto intelligente. La conclusione (momentanea) è che si, anche negli scorsi secoli forme di automazione tendevano a sostituire l’uomo nei lavori di routine, ma all’epoca questo avveniva senza distruggere il lavoro. Semplicemente, ne creavano di nuovo.
È l’intelligenza artificiale, sostiene Susskind, che minaccia di cambiare tutto. Nella storia umana lo standard è sempre stato “questo compito richiede un essere umano fino a prova contraria”. Poi arrivava la macchina a sostituire l’uomo, e tutti a dire “i lavoratori che hanno perso il lavoro poco qualificato devono riqualificarsi per ruoli più impegnativi”. Ma cosa succede quando anche i robot, i droni o le auto senza conducente possono fare “ruoli più impegnativi”? Fino alla metà dei posti di lavoro è almeno parzialmente vulnerabile all’intelligenza artificiale, dalla guida di camion, alla vendita al dettaglio fino a medicina, diritto e contabilità.
E la stima è prudentissima. Per me è intorno al 75%.
La tentazione neoluddista
Nel 2013 l’ex segretario al tesoro degli Stati Uniti Larry Summers confessò: “per me i Luddisti avevano sempre torto, e gli entusiasti della tecnologia avevano sempre ragione. Ora non ne sono più così sicuro”. Insomma, per lui il lavoro prima o poi finirà del tutto. Keynes vedeva questo come un’opportunità.
Susskind sfiora soltanto il problema, si pone però domande importanti. L’etica del lavoro, dice, è una religione moderna che pretende di essere l’unica fonte di significato e scopo. “Cosa fai per vivere?” È per molte persone la prima domanda da porre quando incontrano uno sconosciuto. Eppure di fronte a lavori precari e insoddisfacenti per quattro soldi, molti stanno perdendo la fiducia nel vangelo del lavoro.
Susskind si chiede nelle ultime pagine “se gli accademici e i commentatori che scrivono timorosamente su un mondo con meno lavoro non proiettino erroneamente il godimento personale che prendono dal loro lavoro sull’esperienza di tutti gli altri”.

La sfida di un mondo senza lavoro non è solo economica ma politica e psicologica.
Che faranno le persone tutto il giorno? La disoccupazione tende a creare solitudine, letargia e disagio sociale, ma fare affidamento sul lavoro per fornire autostima e status sociale è un’inevitabile verità umana o solo il prodotto di un’etica malata del lavoro? A Keynes dispiaceva che la possibilità di un’era “di svago e di abbondanza” fosse vista con terrore: “siamo stati addestrati troppo a lungo per lottare e non godere il riposo”.
Mondo senza lavoro: lo Stato dovrà facilitare la transizione
Andare oltre l’era del lavoro richiederà qualcosa come un reddito di base universale finanziato dalle tasse sul capitale per condividere i proventi della prosperità tecnologica. Anche il lavoro disponibile dovrà essere distribuito in modo più uniforme: dopo decenni di settimane di 40 ore l’obiettivo punterà (utopisticamente o praticamente) ad abbattere le prime 8. 32 ore entro il 2030, come recita il manifesto laburista inglese. Allontanare il baricentro della società dal lavoro salariato richiederà “politiche per il tempo libero” visionarie a tutti i livelli, dalla pianificazione urbana all’istruzione. Una rivoluzione Copernicana.
Saremo costretti, in altre parole, a considerare cosa significhi davvero vivere una vita significativa.

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