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Anche quest’anno sono stati sciorinati i dati dell’istituto Invalsi. Le prove invalsi, previste dalla legge n.35/12, sono dei test uguali per tutti, con procedure rigorose, per gli studenti delle scuole italiane.

I test sono obbligatori e hanno lo scopo di tracciare un quadro di riferimento statistico sul livello e sulla capacità all’apprendimento degli studenti Italiani.

In ordine ai dati riscontrati al Sud, c’è un netto peggioramento. La scuola nel meridione resta una grave emergenza sociale camuffata, in un clima di decadimento generale. Il copione:
• che un anno di scuola al Nord vale due anni di scuola al Sud;
• che ci sono regioni al Sud, come la Calabria e la Sicilia, in cui il 35% dei bambini arriva in quinta elementare senza essere in grado di comprendere un testo;
• che i ritardi in matematica sono gravi per più della metà degli studenti di terza media in Sardegna, Sicilia, Calabria, Puglia e Campania;
• che il paradosso si nota nei comportamenti perché se le scarpe sono strette le norme impongono di tirare i lacci, in modo che le disuguaglianze anziché ridurle ad alcuni fa comodo peggiorarle.

In questo modo mezzo Stivale è in perenne assoluta emergenza, il Mezzogiorno ancora più zavorra di quanto già lo sia. Perché fa della fuga l’unica strategia di sopravvivenza al disastro educativo. Perché ne depaupera, di generazione in generazione, la qualità della classe dirigente. Per dirla tutta: un Sud con una scuola del genere, è un Sud senza alcuna speranza di salvezza. Un Sud che non riesce a costruire nelle generazioni future il germe di una ripresa, non ha alcuna possibilità di rinascita.

Certo, non tutta la colpa può essere data alla scuola. Nel rapporto Invalsi si dice chiaramente quanto siano importanti le famiglie, e quanto il contesto culturale influisca nei buoni risultati degli studenti.

La scuola come ascensore sociale, del sapere come strumento di emancipazione dall’indigenza e dalla marginalità. Consapevolezze, queste, che sembrano del tutto assenti nel contesto delle società meridionali, dove la speranza di un futuro migliore da conquistare attraverso l’istruzione, cozza contro un dato di realtà in cui il merito non esiste, o quasi.

E dove i percorsi di apprendimento informali – l’Università della vita, sia detto senza ironia – sembrano più utili dell’italiano o dell’inglese per sopravvivere.

Edifici scolastici nuovi di zecca, tempo pieno ovunque, insegnanti più preparati e motivati, lotta senza quartiere all’abbandono scolastico: immaginate cosa sarebbe il Mezzogiorno dopo vent’anni di una cura di questo tipo. Chi è convinto che il continuo disinvestimento nella Istruzione – anche quest’anno, per evitare la procedura d’infrazione minacciata dall’Europa, per i conti dello Stato quasi fuori controllo, si è deciso di tagliare i fondi per l’edilizia scolastica – non sia la prima causa del nostro declino economico, culturale e politico. Che più di Quote 100, redditi di cittadinanza, 80 euro, flat tax e condoni vari all’Italia – penultimo Paese europeo per spesa in istruzione in rapporto al Pil – servirebbe un poderoso investimento nel sapere, con un’altrettanto poderosa concentrazione dell’intervento nel Mezzogiorno d’Italia.

Altro che autonomia differenziata e scuola regionale: se c’è una cosa per cui tutti, da Nord a Sud, dovremmo lottare è uno Stato che si prende la responsabilità e l’onere di cambiare faccia a questa vergogna dei dati Invalsi e che si assuma l’onere di investire nella cultura e nell’educazione dei giovani del Mezzogiorno come priorità politica. Investire al sud significa manodopera in meno per la criminalità organizzata, quanta qualità in più nella classe dirigente, quanta volontà in più di intraprendere e provarci, forti della consapevolezza delle proprie qualità, e quanta frustrazione in più per chi si rende conto che il suo sapere non possa essere valorizzato nel proprio contesto di riferimento.

Chissà come mai, tra le tante politiche di sostegno allo sviluppo del Sud, dalla Banca del Mezzogiorno al reddito di cittadinanza, ai sussidi e agli sprechi giustificati in nome del sostegno al reddito e dell’emergenza occupazionale, ma di istruzione, scuola nemmeno l’ombra!

La frustrazione rischia di aumentare esponenzialmente, soffia un vento, che potrebbe trasformarsi in tempesta, preludio ad una rivoluzione civile, per riscattare il Mezzogiorno, isole comprese.

Purtroppo, il nostro difetto più grande, non è lo scarso acume politico, ma la presunzione che in
politica contano solo i numeri.

 

A.M.I.Co.