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Più che tristezza, ha prevalere è uno strano senso del rigetto, un rifiuto che mette in discussione la stessa appartenenza e tutto ciò che ci lega alle nostre origini. Ahinoi però, questa è la triste e cruda realtà, questa è la nostra Italia. Già, nostra. Come la colpa. Si, perché se dopo tutti questi anni, nonostante il girotondo dei governi non è cambiato niente, non possiamo dare la colpa solo a quelli che “stanno in alto”, perché proprio noi li abbiamo spinti a salire sempre più su.
L’errore è ammesso, ma noi abbiamo insistito fino al punto di resuscitare sigle che la cronaca passata e recente li colloca come Killer di quella parte dello Stivale che comprende caviglia punta e tacco.
Ci siamo cascati, come “polli farciti” passati e ripassati allo spiedo. Abbiamo creduto ancora alle loro parole, alle loro promesse. Volendo si può fare finta di non capire, ma è inconcepibile ed incomprensibile che noi del Sud nella “gabbina” abbiamo crociato quel “logo” che ancora oggi beceramente oltre che a saccheggiare il Belpaese ha calpestato da sempre i colori della nostra bandiera. Niente di nuovo sotto le stelle, ingovernabilità c’era prima e ingovernabilità c’è adesso. Con la differenza però, che prima si andava avanti con la forza della speranza, mentre adesso ad un anno dal voto è tutta una “grigliata mista” dove l’abbacchio predomina sul “castrato” e si sgomita per chi tocca mangiare prima!
Ma d’altronde questo governo è lo specchio del Paese, perché non possiamo pretendere di avere dei politici di primo livello, quando noi siamo cittadini terza fila. Intanto, con tutti i nostri difetti dobbiamo riconquistare ogni forma di rispetto, comportandoci lealmente difronte ai doveri, per esempio, bisogna andare in massa a votare, senza scuse e mistificazioni. Se ogni volta che ci sono le elezioni l’affluenza è in calo e i risultati sono sempre un enigma (se non peggio), come il responso della notte del 5 marzo. Assistere, col senno del dopo, a scene e ballate di “pentimento” per poi inveire contro i prescelti, non giustifica anzi peggiora l’immagine già grigia di un Paese ridicolizzato a livello internazionale.
Troppo facile recitare: “Ave Maria e Atti di Dolore” e ricercare “capri espiatori”, quando la responsabilità del disastro come minimo avrebbe divisa in tre.
Gli eletti, chi li ha votati e quelli che a votare non ci sono andati.
L’Italia ha una esigenza impellente, quella di agire in osservanza della Costituzione della Repubblica che ci pone tutti sullo stesso piano. Prima di ogni programma politico e proclami di vittoria è fondamentale dare ad ogni uno le stesse opportunità, eliminando veti, minacce e sbarramenti, piuttosto vanno create forme e propositi collaborativi tra Stato e cittadini.

Tutti sappiamo come siamo ingarbugliati con la politica, che ci piaccia o no, stringiamo i denti ed occupiamocene. A modo nostro, cioè nel modo più obiettivo, semplice, comprensibile, analizzando, dove è andata a ficcarsi la politica, difficile, indispensabile, ma assolutamente necessaria con una direzione etica, senza la quale la democrazia che ne discende diventa nichilismo, fomenta i vizi, si decompone. Verissimo: lo scopriamo giorno dopo giorno con tutti i numerosi voltafaccia di chi ci governa. Non siamo soli, ma in compagnia delle democrazie occidentali, fragili e malate, che vedono crescere l’antipolitica alimentata dai canali delle moderne tecnologie e da una cultura dell’individuo egoista e consumatore (di medicine, sacramenti, spettacoli, figli in provetta con il contorno di miracoli e Santi) che in odio all’oscurantismo eleva la ‘neutralità’ a valore cardine di un sistema democratico reso impotente. La politica si risolve in ‘conquista del potere e suo mantenimento’ sia da parte dei cittadini sia dei governanti. Nondimeno non ci è consentito rinunciare alla democrazia, perché corriamo il rischio di cadere in nuove forme di totalitarismo: l’imperfezione, l’impossibilità di accontentare tutti, l’imprevedibilità degli eventi impongono di accettare e sfidare i suoi limiti.
A breve si rivota per il rinnovo del Parlamento Europeo ma, nel dibattito, gli esponenti politici più gettonati dai mezzi di comunicazione ostentano insofferenza e avversione verso l’ideale europeo, confondendo le critiche da fare a organismi e assetti comunitari sempre migliorabili, con l’altezza degli obiettivi politici da raggiungere.
Il problema non è il rimpianto di quanto è stato o non è stato fatto ieri, piuttosto ciò che ci preoccupa è la onnipresente e concreta paura che oggi non ci sono uomini capaci di dare nuovo senso alla storia di una Europa che rappresenta la più grande area di pace di tutto il Pianeta.

A.M.I.Co.
LA SEGRETERIA (A.M.I.Co.)