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Non capisco perché mi hai chiamato proprio al cellulare, forse pensavi che in queste “bellissime e stupende feste” di fine anno stessi come al solito ancora lavorando?

Caro mio, datti una mossa, ogni stagione ha le sue tempeste ed io ho già abbastanza da fare per ripararmi dalle mie.

Visto che mi hai chiamato lasci che ti confessi!

Forse non tutti condividono, ma per quanto mi riguarda l’unica stagione vera dell’esistenza in cui ci è concesso di assaporare il valore e il piacere della “libertà” è proprio questa che stiamo vivendo.

Padroni del proprio tempo e liberi di disporne come meglio si crede e si desidera. Senza più obblighi. Il tempo per imparare a gioire della vita, delle cose che ci stanno intorno, e che forse non riuscivamo a vedere.

Un’occasione per fare quello che non si è potuto fare prima. Un’occasione per godere del tempo presente, l’unico reale, nella totale consapevolezza che il passato è passato e che il futuro è un mistero, che mai nessuno ci ha detto che non bisogna temerlo.

Meraviglioso il tempo della pensione! Soprattutto quando senti ancora lontano il rallentare del tuo corpo, dal decadimento fisico. Ma non sai quanto è lontano. Ma sai che inesorabilmente arriverà.

Ed è così che in questo mio primo anno di “libertà da obblighi” – di svuotamento della mente da pensieri e doveri (che molti pretendevano fossero sbrigati ieri con effetti collaterali … in una parola: “ansia”) – di spensieratezza, di nuove esperienze ed emozioni, ho avuto modo di pensare anche al senso e al mistero della vita in generale.

La vita. C’è chi la definisce “un grande gioco”, altri “un’unica grande favola che nessuno sa cos’è”. Questa “lotteria”, ingiusta dall’inizio alla fine e che ci concede ben poche libertà. Piena di obblighi e di regole. Che ci illude di saper controllare e di essere padroni di noi stessi. Del nostro corpo. Dei nostri pensieri. Delle nostre conoscenze. Che ci riserva sorprese e gioie, ma anche dolori improvvisi. È vero: “la vita è ciò che ti succede mentre stai progettando il futuro”. Ma se è vero che il futuro non è nelle nostre mani, in qualche modo lo è, anche se in parte. Il futuro non può essere lasciato interamente all’improvvisazione, se ci sei devi progettarlo.

Visto che ci siamo ti dico anche della nostalgia canaglia: il mito sbagliato del passato.

In un Paese come il nostro, martoriato da una crisi strutturale, viene istintivo volgere lo sguardo all’indietro verso un passato glorioso. La nostalgia, ci dicono gli esperti è un sentimento molto diffuso nel nostro Paese. È quel “si stava meglio quando si stava peggio”, che ritorna nei discorsi quotidiani, per dare libero sfogo ad un’immaginazione limitata dalle restrizioni del reale.

 

La storia repubblicana ci ha sempre offerto spunti immaginativi, audaci a livello collettivo. Mentre ora il nostro immaginario è monopolizzato dall’ansia per il presente. Il lavoro precario, l’ascensore sociale bloccato, l’immigrazione ingestibile, la cinghia dell’austerità, sono solo alcuni dei drammi della nostra epoca. Nostalgia canaglia, dunque.

È facile rifugiarsi nel passato, è come un riparo da un tempo che non si ama.

La tentazione di crogiolarsi nel ricordo è forte, ma non è la soluzione per dipanare la matassa di un presente intricato.

Circa il 70% degli italiani è convinto che, nel complesso, la qualità della vita fosse meglio prima.

Solo in Grecia si registra una quota più alta, pari addirittura al 92%. In Germania e nel Regno Unito le quote nostalgiche sono molto minoritarie. Anche in Francia e Spagna i nostalgici sono in quota inferiore rispetto al nostro Paese. La nostalgia tende a mitizzare il passato, piuttosto che a scommettere sul futuro.

Tranne Francia e Grecia, l’Italia è il Paese Ue in cui è più bassa la quota di persone convinte che rispetto a 30 anni fa le opportunità per avanzare nella vita siano diventate più eguali tra i cittadini. Ne è convinto il 32% degli italiani, contro il 54% della Germania, e il 65% della Svezia. Per non dire della media UE pari circa al 50%.

L’immaginario della nostalgia è il precipitato di uno stallo sociodemografico, quello dell’Italia, dove è presente una maggioranza di classi di età avanzata. Nel Belpaese primeggiano i “vecchi” giusta ragione che invece di guardare avanti, si continui a reclinare la testa all’indietro.   I giovani, oltre ad essere in minoranza, sono spesso nullatenenti, si sono stufati anche di mettersi in piedi. Ormai è tutto un bivaccare, all’ombra delle promesse dei novelli, si hai capito bene “novelli messia”

Succede dunque che alla parte del Paese più giovane, quella che dovrebbe rappresentare la vitalità, l’innovazione, l’energia della nazione, viene più facilmente attribuita quella classe di esperienze negative quali il precariato, l’apatia di non chiedere più niente, vince l’insicurezza e perde ogni prospettiva. Un Po tutti li hanno definiti bamboccioni, ma a tardare meglio sono già anziani. Così la dinamicità della società viene colpita da un immaginario di indolenza giovanile. E proprio i giovani sono stati, negli anni passati, la vera forza propulsiva di una società in crescita. Erano loro i protagonisti della nuova era industriale, della corsa ai consumi, dell’esplosione della soggettività post-materialistica, così come nell’ambito della contestazione e della scalata alle nuove libertà individuali.

L’ultima costatazione è il dover vivere quella fase dove, la digitalizzazione e le nuove tecnologie informatiche, oltre a tradire le nostre aspettative, sotto sotto costituiscono anche la cornice dove è raccolta la fragilità propria dei giovani, che si vedono come dispersi in una foresta dove i rischi non hanno  precedenti.

Intanto li senti, li vedi nel piccolo schermo, sono quasi insignificanti eppure parlano del nuovo che cambia.

Poi niente, l’amico di gioventù si è fatto rapire dal sonno, li per li non capivo, poi la luce, era in atto la conferenza stampa del governo, sono rammaricato, ma appena ha smesso di mangiare pane e nutella, mentre stava aprendo bocca è saltato il contatore. Delle “corrente”? No sembra si stia spegnendo anche l’amica libertà.

Rocco Tiso