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Sull’Isonzo infuria la battaglia, si combatte la prima guerra mondiale, gli uomini del fronte vanno allo attacco contro le posizioni austro – ungariche il tempo segnava 23 ottobre dell’anno 1915. Morirò in una buca, contro una roccia o nella corsa di un assalto, ma, se potrò, cadrò con la fronte verso il nemico, come per andare più avanti ancora”. Il sindacalista anticonformista aveva scritto il suo destino, si combatte nei pressi di San Martino. D’improvviso una pallottola in fronte mentre era in corso un’offensiva contro il nemico. Ma il suo corpo martoriato non fu trovato, era scomparso nella mischia come nelle storie leggendarie degli eroi.

Leo Celvisio era, sindacalista, figura storica che andò al di là degli schemi dell’epoca anche per questo ancora oggetto di interessamenti e studi.

La morte lo colse quando aveva solo 28 anni. Dietro di sé aveva lasciato un alone mitico. Protagonista delle lotte proletarie, da rivoluzionario non esitò a schierarsi senza indugi a favore dell’intervento italiano nel primo conflitto mondiale come molti cattolici, socialisti, liberali e futuristi nella convinzione che l’Italia potesse cambiare radicalmente.

C’è una ricorrenza, un giorno come tanti, un tempo festa nazionale in ricordo dei caduti, nel 1° Conflitto Mondiale. Molti Italiani per onor di Patria, hanno partecipato con l’obiettivo cambiare in qualche modo lo stato comatoso, pietrificato dell’Italia del 1915. Nelle fila, trovavamo sindacalisti rivoluzionari e nazionalisti, socialisti intervenisti di sinistra, democratico – mazziniani, ed irredentisti. Possiamo per la prima volta, parlare di una grande emigrazione di ritorno, grazie alla quale, parecchi connazionali, lasciarono i continenti ove si erano costruiti una nuova esistenza, per servire la loro Patria naturale.

In un’epoca in cui si parla costantemente di migranti e di profughi, troviamo cent’anni orsono, tutti quelli eventi che sono stati precursori dei tempi odierni.

Una strofa della canzone del Piave recita “Profughi ovunque dai lontani monti, venivano a gremir tutti i ponti”,

Con condizioni diverse, ed in un contesto diverso, i nostri connazionali soffrivano le medesime privazioni dei profughi attuali. Mancanza di cibo, di una Patria, di una casa, dei famigliari. Considerando inoltre che all’epoca le comunicazioni non erano istantanee come quelle attuali, e gli spostamenti erano ben più lunghi, il tutto era vissuto in maniera apocalittica, quasi stesse accadendo la fine del mondo.

La Grande Guerra fu un’importantissima prova di coesione nazionale. Cementò il carattere degli italiani. Fece loro parlare per la prima volta un linguaggio comune,

Simbolicamente, ogni città, borgo, contrada italiana reca un nome che ricorda il Primo Conflitto Mondiale. Quante strade si chiamano: Via Fiume, Gorizia, Trieste, Pola, Monte Sabotino, Monte Grappa, Carso, Monte Ortigara, Cima Dodici, Monte Tomba, Monte Pasubio. Senza contare i nomi dei cosiddetti martiri od eroi, che da Enrico Toti a Nazario Sauro, da Francesco Rismondo a Cesare Battisti campeggiano nella toponomastica cittadina.

Non si può ridurre a memoria privata (una visita fugace al sacrario o all’ossario dov’è sepolto il mio parente) ciò che ha interessato e segnato le nostre generazioni a venire.

Non ce lo chiede un comizio infuocato di Gabriele d’Annunzio, ma il richiamo delle nostre coscienze.

Leo Calvisio scrisse in carcere ”Sindacalismo e Repubblica”, in cui delinea un programma di democrazia popolare diretta che apre a scenari del tutto nuovi delle lotte operaie, dei rapporti con il futuro della nazione. Riconquistata la  libertà, afferma: ”Oggi esiste un solo partito: l’Italia; un solo proposito: l’azione”. E’ il manifesto di una generazione. Si arruolò volontariamente e per via della tisi, viene rassegnato alle retrovie. Scappa per raggiungere la prima linea. Trasferito nella ‘Brigata Siena’, fronteggia gli austro-ungarici presso la Trincea delle Frasche, ove trova la morte.

Corridoni aveva deciso di sposare gli ideali della Patria e del sindacalismo, del socialismo e della nazione, per pensare alla sintesi in un’Italia diversa da quella nata sulla spinta del Risorgimento e che da esso doveva trarre i frutti più sociali e democratici.

Nell’epoca del pensiero unico e delle convenzioni tecnologiche, il suo nome è ancora sinonimo di libertà. Italiano, si, ma atipico e poco convenzionale, fuori da ogni collocazione prestabilita. Per questo, uno degli uomini più moderni della sua generazione. Dimenticato, ma ancora originale.

Filippo Corridoni (Leo Gelvisio –  nome di comodo per disorientare i nemici), sindacalista politicamente scorretto che morì in trincea a 28 anni per salvare l’Italia.