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In questo nuovo periodo storico italiano stanno accadendo molte cose, tante cose, troppe cose. Ma sopratutto stanno accadendo cose strane. Per tanti anni abbiamo vissuto con l’idea che ci fossero dei “primati morali” indiscutibili e che, nel bene o nel male, facessimo tutti parte di un grande collettivo più comunemente definito come “la società”. Disgregata in tanti modi, sicuramente, ma comunque parte di un involucro tenuto insieme, non solo dalle leggi, ma anche da quelle regole non scritte che sono alla base di gesti gentili come quello di far sedere una vecchietta sul sedile dell’autobus.

La povertà, l’indignazione e la paura stanno cambiando lo scheletro della “società” e la stanno trasformando in qualcosa di diverso, in qualcosa che si allontana dall’essere una famiglia e si avvicina molto di più ad una malattia auto-immune in cui gli anticorpi si fanno la guerra l’un l’altro.

Una volta ci scambiavamo il buongiorno, oggi attendiamo lo scattare del semaforo, non per passare, ma per suonare ossessivamente il clacson contro la macchina davanti. Non è un caso che anche il marketing si stia muovendo verso questa nuova direzione: ieri i brand vincenti erano quelli associati a messaggi di candore e cordialità, oggi a trionfare è la furia ceca e i prodotti-servizio come le stanze della rabbia. Ammettiamolo: siamo nel caos, e siamo tutti in guerra l’uno contro l’altro.

Oggi puoi fare qualcosa che ieri non potevi: gridare a petto in fuori: “io dell’ambiente me ne frego”, “io la pista ciclabile non la voglio perché poi non so dove parcheggiare” e “ io preferisco mettere la macchina in doppia fila e inondare i bambini di smog che fare una ZTL vicino a una scuola”, e ancora io, io e io.

Naturalmente questi discorsi dalla moralità alterata, non solo stanno riscrivendo il senso stesso di quel che tempo fa avremmo definito umanità, ma ci allontanano ancora di più da quello che avrebbe dovuto essere il vero obiettivo: e cioè abbinare i criteri etici con quelli economici in una sorta di gigantesco e clamoroso Win-Win.

Poco importa, quindi, che usare la bici invece che la macchina, tra soldi risparmiati nella sanità e nella costruzione di infrastrutture, possa migliorare i conti dell’Unione Europea di 513 miliardi di euro. I conti, i numeri e le verità empiriche non esistono più, è tutto crollato sotto i colpi del populismo in cui noi tutti ci convinciamo di essere il centro di un mondo, che però, a ben vedere, forse non esiste già più.