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Fiumi d’inchiostro, infinite parole, sono gli ingredienti che condiscono le favole sul lavoro. Capita di leggere che in una parte del mondo, paradossalmente succede che di stress da lavoro si soffre, un male oscuro spinge i sofferenti, nel tunnel della disperazione fino a togliersi la vita.

“Karoshi” è il termine giapponese che descrive la morte per eccesso di lavoro, un fenomeno sociale tanto inquietante quanto diffuso di cui vengono riconosciute due tipologie: le morti causate da problemi cardiovascolari per eccessivo stress e i suicidi per attacchi di panico. I settori testimonial sono la sanità e le costruzioni, che hanno sempre gravi  carenza di manodopera.

In Giappone, lavorare fino allo sfinimento è considerato un gesto ammirevole, che dimostra la propria dedizione e il proprio rispetto nei confronti dell’azienda e dei superiori. Anche quando non richiesto esplicitamente, sono gli stessi dipendenti a scegliere volontariamente di trattenersi in ufficio ben oltre l’orario previsto, fino a tarda sera.

Leggendo i numeri rilevati statisticamente sull’occupazione nel Belpaese, ti ritrovi sempre di fronte a  dati che oscillano quasi sistematicamente, ragion  per cui lasciano come pollicino “briciole” di pane per paura di non ritrovare la strada del lavoro perduto.

Un mese si sale e due si scende. Le percentuali si discostano di pochi millesimi e comunque l’oscillazione è di 0,000. Poi ci sono i teorici delle cifre che pur di soddisfare le attese degli amici al governo, abitualmente raschiano i dati nel fondo del barile.

Numeri che al confronto con i dati dell’Europa, stridono, tremano al punto che crollano tutti i “castelli” perché l’Unione viaggia in direzione contraria, con un tasso di disoccupazione giovanile ai minimi da 10 anni (14,8% nella Ue) e paesi, come la Germania, dove i giovani in cerca di impiego si sono dimezzati dall’11,9% al 6,2% nel 2007-2017.

Fortunatamente, nel nostro Paese non si ha notizia di situazioni Kiroshi. Con questo non si vuole certo dire che in Italia non si soffre di stress nei posti di lavoro. Anzi: secondo i risultati di uno studio recente in Italia colpisce un lavoratore su quattro.

Si tratta di una patologia che si va espandendo sempre più nei ritmi vorticosi della nostra società ma che, purtroppo, per una serie di fattori legati alle difficoltà di accertamento della causa lavorativa  risulta sottostimata nelle statistiche ufficiali.

Ma, quasi come per un tragico paradosso, nel nostro Paese si muore per mancanza di lavoro.

La recente, grave e lunga crisi economica ha prodotto conseguenze devastanti su occupazione, produzione, reddito, consumi e risparmi delle famiglie. In una parola: i suicidi!

Se ne contano circa 1000 dall’inizio della crisi per ragioni economiche. Nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di uomini, di età compresa generalmente tra i 40 e i 65 anni. La metà sono imprenditori, in genere di piccole aziende andate fallite, il resto sono ex lavoratori che la crisi ha reso disoccupati. Del resto lo Stivale si trascina un pesante fardello che risale al secolo scorso, ma è come se noi fossimo i peccatori, che devono espiare pene, che la storia ha comminato ad altri, che per la strada del disagio giovanile, non hanno lasciato un segno né una indicazione e nemmeno traccia. In molti si sono distinti sparpagliando chiodi, che hanno contribuito ad allargare la forbice tra “il dire e il fare”.

Quanto al confronto Italia-Europa, le ultime rilevazioni Eurostat, mostrato un’Italia che stenta nelle retro vie, in compagnia di Spagna Portogallo e Grecia.

Il primo problema è di onestà intellettuale e di verità nascoste. In un paese che cresce a rilento, con una produttività ferma al palo da anni, l’occupazione non può che risentirne: senza crescita niente lavoro?

D’altronde senza un programma serio di “politiche attive” che incentivano la ricerca di occupazione (si chiamano così in opposizione a quelle passive, come i sussidi). Sotto questo aspetto siamo campioni al punto che occupiamo stabilmente l’ultimo posto delle graduatorie europee.

L’Italia per il «supporto all’impiego», destina circa 200 milioni di euro, contro i 5 miliardi abbondanti investiti dalla Germania nel solo l’aggiornamento e la formazione di quadri e operai specializzati?

Ma il piatto forte sono gli oltre 11 miliardi indirizzati ai servizi per l’impiego. Numeri che permettono a Berlino di tenere in piedi uno delle sue infrastrutture tradizionali, il cosiddetto sistema duale: un modello di alternanza scuola-lavoro, avvia to negli anni 60, che permette ai giovani di intraprendere dai 16 anni in poi un percorso professionalizzante di formazione sia teorica che pratica utile ad abbassare la disoccupazione giovanile tedesca a minimi del 6,2%.

Per ultimo l’impietoso confronto tra dimensioni ed efficienza dei centri per l’impiego. In Italia si contano un totale di poco più di 550 centri per l’impiego, responsabili del ricollocamento di meno del 3% di chi cercava lavoro. In Germania, gli uffici dedicati ai soli disoccupati, sono quasi 100mila.

Se questa è la base di partenza, prima il Jobs Act e ora il Decreto Dignità, riguardano i lavoratori della preistoria. Importante per chi cerca un lavoro oggi sono le parole, perché tutto il resto è virtuale senza Karoshi, briciole e chiodi.

 

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