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Così riportava il sito dell’Ansa lo scorso 2 maggio: “Il mondo spende sempre di più in armi ed eserciti. Nel 2017 le spese militari complessive sono cresciute dell’1,1 per cento rispetto all’anno precedente, attestandosi su una cifra mondiale record di 1.739 miliardi di dollari. I paesi che in assoluto hanno investito di più in armamenti sono Stati Uniti, Cina, Arabia Saudita, India e Russia. Quest’ultima è l’unica che le ha in realtà diminuite, per la prima volta dal 1998. Le spese militari di questi 5 paesi, sommate, rappresentano il 60 per cento del totale mondiale. Nell’Unione Europea è la Gran Bretagna a spendere di più, seguita da Francia, Germania e Italia, che è al dodicesimo posto” (dati forniti dall’Istituto Internazionale di Stoccolma per le Ricerche sulla Pace, Sipri, che ha presentato di recente il suo ultimo rapporto).

È importante avere questa visione generale delle spese militari nel mondo, perché il trend sottintende a ciò che avviene nello scacchiere globale, con gli Stati Uniti a guidare la danza e gli altri paesi a seguire secondo la loro disposizione più o meno bellicosa. È probabile però che le tendenze di lungo periodo relative alle spese militari siano destinate a cambiare a seguito di una serie di fattori politici che qui possiamo brevemente riassumere: 1) la presa di posizione di Donald Trump a favore di “America first”. Una presa di posizione che può voler dire sia America prima di tutti gli altri paesi in ordine di potenza (anche militare), sia America che pensa prima di tutto a se stessa e quindi fa passare in second’ordine il suo ruolo di guardiano dell’ordine mondiale. Esiste poi una terza interpretazione dello slogan trumpiano, che trova conferma nella recente presa di posizione a proposito della Nato, l’alleanza multinazionale che, secondo il credo del presidente americano, avrebbe esaurito la sua missione storica – che era quella di tenere a bada il blocco comunista –. Ne consegue che, almeno fino che l’alleanza resterà in piedi, magari cambiando i propri obiettivi strategici, le spese per mantenerla vanno ripartite in modo diverso fra i suoi componenti. Trump dà per scontato che il suo invito ad aumentare le spese pro-Nato sia stato accettato dagli (ex?) alleati. In realtà i governi europei un po’ hanno fatto orecchie da mercante e un po’ hanno promesso di aumentare la loro quota di partecipazione del 2 per cento, e non del 4 come auspicava the Donald.

2) Dopo la caduta del muro di Berlino, è cambiata radicalmente la politica militare dei governi occidentali, e di quello italiano in particolare. Il nemico non è più la Russia – oggi meno che mai con un governo che non nasconde le proprie simpatie per Putin – ma si è spostato caso mai verso il Medio oriente e il Nord Africa, modificando però totalmente il profilo strategico. E difatti il vecchio porto militare di La Spezia è stato declassato a favore di Taranto. Oggi nemico, almeno potenzialmente, è considerato da molti politici tutto ciò che arriva da quelle parti del mondo, compreso il suo carico di umanità disperata che cerca un futuro migliore in Occidente e in Europa. Ma non è un nemico da combattere sul piano squisitamente militare, a parte forse la necessità di gettare un occhio preoccupato su ciò che avviene in Libia, sull’altra sponda del Mediterraneo. Caso mai è un nemico che va contenuto con le armi della politica e dell’economia.

Per quanto riguarda gli interventi militari veri e propri, l’Italia come molti altri paesi d’Europa, si limita alle missioni di peace keeping, di contenimento e di controllo del territorio in varie parti del mondo dove si combattono guerre che non ci riguardano direttamente, scelta che comporta ingenti spese ma anche un alto tasso di professionismo. Lo stesso si può dire per l’uso dell’esercito, della marina e, in misura minore, dell’aviazione (che da noi non ha un’importanza così centrale al momento, come dimostra la diatriba sull’acquisto dei contestatissimi F35) per finalità diciamo così collaterali, come la lotta al terrorismo, il controllo dell’ordine pubblico o il salvataggio degli immigrati in mare. Tutto ciò rende alquanto antistorica la proposta di tornare al servizio militare obbligatorio lanciata recentemente e con scarsa eco da qualche ministro, quel vecchio tipo di organizzazione militare che era fonte a sua volta di enormi spese e scarsa funzionalità.

3) C’è poi un terzo fattore che ha a che vedere con l’imprevedibilità di ciò che avviene nel mondo a velocità sempre più alta. Quelli che fino a ieri erano alleati possono trasformarsi in nemici in un batter d’occhio e viceversa (vedi Russia). Inoltre, senza gli Stati Uniti a fare da guida dell’ordine mondiale, che ne sappiamo di ciò che potranno fare in futuro paesi “canaglia” come la Corea, il Pakistan o l’Afghanistan, magari dotati di armi nucleari, o anche paesi (ex?) alleati come Israele, magari in risposta alla minaccia nucleare iraniana, ora che l’accordo con l’Iran voluto da Obama e dall’Europa è stato demolito, tanto per cambiare, da Trump?

Il ragionamento, molto parziale come ovvio, si può concludere tornando a snocciolare qualche dato significativo che ci tocca più da vicino: in Italia la spesa militare nel 2018 dovrebbe assommare a 25 miliardi di euro, pari all’1,4 per cento del Pil. La spesa sociale si aggira attorno ai 550 miliardi (quarto posto in Europa), ed è pari a quasi il 30 per cento del Pil. Ci sarà sempre chi dice che si spende troppo o troppo poco per l’una o per l’altra voce, che le proporzioni andrebbero ribaltate e che le spese andrebbero razionalizzate. Di certo la scelta se aumentare o ridurre l’una a favore dell’altra appartiene alla sfera, sempre più imprevedibile appunto, della politica.