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Si legge gig economy e si pronuncia ghig, con la g dura di gag. Bene saperlo, perché di gig economy sentiremo parlare parecchio in futuro. Già oggi – secondo i dati presentati da Antonio Aloisi, docente della European Social Law alla Bocconi di Milano (e pubblicati su Corriere Economia del 4 giugno 2018) – parliamo di 4 miliardi di ricavi all’anno in Italia e 28 miliardi di transazioni, l’85 per cento dei quali vanno a profitto dei fornitori e dei lavoratori e il 15 per cento sono appannaggio delle piattaforme, con richieste che crescono al ritmo del 25 per cento all’anno.

La gig economy sarebbe quel tipo di attività che coinvolge i cosiddetti riders, che mettono spesso a disposizione un loro mezzo di locomozione, in genere il motorino, e i crowd workers (letteralmente lavoratori nella folla, cioè fuori da ogni forma di intermediazione), tutti disposti a lavorare a chiamata tramite app o comunque via Internet per svolgere piccole commissioni, consegne a domicilio (ad esempio i cibi pronti di Deliveroo e Foodora), baby sitting, ecc. Qui siamo nel cuore del precariato o di quelli che si potrebbero definire in italiano “lavoretti” (che poi sono la traduzione quasi letterale di “gig”) per sbarcare il lunario o arrotondare la paghetta. Ma rientrano in questa tipologia anche attività più stabili e strutturate, come l’affitto di camere (ad esempio Airbnb), i lavori di pulizie, la progettazione di siti web (ad esempio Upwork o Fivver), la vendita di prodotti artigianali (ad esempio Etsy), i trasporti privati alternativi ai taxi (ad esempio Uber), e così via. In tutto, secondo il Sole 24 ore che anticipava una ricerca della Fondazione Olivetti del 2016, si tratterebbe di oltre 700 mila persone. Il dato è un po’ difficile da aggiornare e da stabilire con precisione data la natura stessa di questo tipo di impiego, parecchio sfuggente e in continua evoluzione. Tuttavia, se ci si limita alle percentuali che si possono considerare abbastanza stabili nel tempo, è interessante notare che il 54 per cento sono uomini e il 46 per cento donne, quelli sotto i 40 anni circa il 49 per cento, di cui il 22 per cento tra i 18 e i 29 anni. Nel 10 per cento dei casi il contratto di queste persone è il co.co.co., nel 21 per cento a chiamata. Non mancano le partite Iva e i voucher, aboliti dal precedente governo ma oggi in odore di ripristino. La paga media oraria è di 12 euro (https://www.agi.it/economia/gig_economy_lavoretti_italia-4067232/news/2018-06-25/), ma in molti casi il compenso è stabilito in base al chilometraggio o al numero di consegne, cioè una specie di cottimo post-post-industriale.

La novità è costituita dal fatto che alcune di queste figure, e in particolare i riders, chiedono a gran voce di essere rappresentati sindacalmente e di sedersi a un tavolo di trattative per strappare condizioni di lavoro migliori e, sempre in ragione della natura episodica e rischiosa della loro attività, una maggiore copertura assicurativa. Di fronte alla disponibilità dimostrata dal nuovo governo, che chiede alle varie parti –varie parti costituite dalle aziende del settore, dai sindacati tradizionali in affanno rispetto alle forme auto-organizzate di rappresentanza, come la Riders Union di Bologna che è stata riconosciuta e convocata al ministero del Lavoro da Luigi Di Maio – di trovare un accordo, in mancanza del quale sarà il governo a varare una legge, le aziende sono subito corse ai ripari. “Per scongiurare la nuova legge – scrive Enrico Marro sul Corriere Economia del 2 luglio 2018 – le principali piattaforme, Foodora, Foodracers, Moovenda e Prestofood”, si sono presentate davanti al ministro “con la Carta dei valori del Food delivery, per garantire le tutele ritenute necessarie per i propri riders. Tra l’altro si offrono rapporti di lavoro attraverso i co.co.co, contratti di collaborazione coordinata e continuativa, che prevedono una copertura previdenziale Inps e assicurativa Inail, polizze integrative anti-infortunistiche, una paga base oraria non definita con maggiorazioni in rapporto alle consegne effettuate e la cancellazione dei contestati algoritmi reputazionali”. Da notare che questi ultimi, che costituiscono la base di un sistema di valutazione del rendimento individuale, sono stati condannati dal garante della privacy.

Ma l’aspetto che resta ancora indefinito riguarda la modalità contrattuale. Come ricorda il Sole 24 Ore nell’articolo citato, “individuare il giusto contratto non sembra facile, anche se una bussola potrebbe essere quella di considerare le modalità concrete di svolgimento del lavoro”, ovvero se “una persona mette a disposizione la propria energia lavorativa per eseguire gli ordini che di volta in volta sono ricevuti, senza possibilità di sottrarsi, oppure se il vincolo riguarda solo l’esecuzione di un incarico concordato preventivamente tra le parti”. È questo il discrimine tra subordinazione e autonomia. Ed è il vero nodo da sciogliere al tavolo di confronto voluto dal ministero. Probabilmente servirà una regolamentazione ad hoc per un tipo di attività che ha caratteristiche in buona parte inedite, anche se non mancano precedenti come i pony express degli anni 80. Di certo si giocherà in buona parte su questo il futuro della gig economy in versione italiana.