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In occasione dell’entrata in vigore del Decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 117, noto come “Codice del Terzo settore”, il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali ha divulgato le seguenti cifre: 300.000 operatori del sociale, 1 milione di lavoratori (di cui 271 mila dipendenti e 5 mila temporanei, in tutto il 9,7 per cento della forza lavoro,) 5 milioni di volontari. Secondo i calcoli più recenti il Terzo settore genera in Italia un volume d’affari di circa 64 miliardi di euro ogni anno, avvicinandosi al 3,5% del Pil. Dunque, parliamo di una forza d’urto tutt’altro che trascurabile, che svolge un ruolo fondamentale in alcuni settori chiave come la sanità e il welfare.

La nuova legge regola il Terzo settore in maniera puntigliosa, in particolare quella parte spesso indefinita che sta al confine fra attività lucrative e non lucrative (spesso anche lecite e illecite) e che ha dato luogo in passato a parecchi abusi. Tanto per fare un esempio, molte aziende, in particolare nel settore della ristorazione e dell’intrattenimento, aggiravano le normative facendosi passare per associazioni senza scopo di lucro ricorrendo a qualche dubbio artificio, tipo iscrizione con tessera a un club privato, eludendo l’imposizione fiscale e alterando la libera concorrenza. Anche quelle che agivano in buona fede, finivano spesso per introdurre meccanismi distorsivi avviando in regime fiscale favorevole attività commerciali collaterali, che finivano poi per acquistare sempre maggiore rilievo fino a oscurare il “core business”.

Oggi la nuova legge, che equipara molte attività del Terzo settore a quelle delle aziende private (in particolare per quanto riguarda le incombenze burocratiche, dal rapporto con l’Agenzia delle entrate alla tenuta dei libri contabili, dalla normativa sulla privacy alla regolazione degli statuti societari, ecc.), dovrebbe inibire questi abusi, anche se in Italia sappiamo bene che, fatta la legge… trovato l’inganno. Il tentativo è soprattutto quello di dare ordine a una serie di attività che – pur agendo su base volontaria – hanno un impatto significativo su una serie di altri terreni, a cominciare da quello fiscale per finire al mercato del lavoro. Ma ciò che interessa sottolineare qui è l’enorme patrimonio di energie messo in campo dal volontariato, in netta controtendenza rispetto a una società che viene ritenuta tendenzialmente chiusa, egoista e sospettosa. Certamente il volontariato e l’associazionismo di base stanno svolgendo un ruolo sostitutivo rispetto alle vecchie aggregazioni religiose e politiche, soppiantando lo spazio ricoperto storicamente dai partiti, dai sindacati e, in misura minore, dalle parrocchie. E offrendo ai suoi protagonisti motivazioni di tipo diverso da quelle meramente economiche.

Quali sono queste motivazioni? In primo luogo la disponibilità di tempo di cui possono godere fasce di popolazione sempre più rilevanti dal punto di vista demografico, a cominciare dagli anziani. In secondo luogo la ricerca di senso a una vita resa sempre più schiava di modelli consumistici ed edonisti, unita a una disponibilità all’aiuto e all’attenzione verso gli altri. Attitudini queste ultime che una volta costituivano l’anima stessa di alcuni partiti, della vita di sezione, e che hanno finito per essere relegate ai margini di raggruppamenti sempre più schiacciati sulla personalità dei leader e su obiettivi elettorali di corto respiro. In terzo luogo la conquista di uno status sociale, dato che alla fine la scalata ai posti di potere, la visibilità e i riconoscimenti che si riescono a ottenere lavorando in queste associazioni restituiscono un ruolo eminente a chi lo aveva perduto, finendo spesso per caratterizzare le dinamiche interne e facendole assomigliare in modo impressionante a quelle del mondo del lavoro retribuito.

Alla fine, però, al di là delle motivazioni, il risultato è quello che conta. E il risultato è che oggi molte delle spinte propulsive, delle idee trainanti e innovative, delle prese di posizione che hanno impatto sull’opinione pubblica provengono proprio dal Terzo settore, che oltre a riempire i vuoti lasciati dalle aggregazioni tradizionali si sta conquistando un ruolo quasi concorrenziale ai fini della costruzione di modelli culturali e politici e di stili di vita alternativi. Ne è una controprova il fatto che molti raggruppamenti politici, anche quelli che si fondano su ideologie estremamente conservative, se non reazionarie, hanno rinunciato addirittura a definirsi partiti, cercando di recuperare il consenso perduto attraverso l’assunzione di nomi e comportamenti liberi dalle vecchie liturgie e più vicini ai modelli associativi, come i club, i comitati di base, le leghe, ecc. La loro ricerca va anche in direzione di una democrazia diretta e priva di mediazioni, il che esclude implicitamente la formazione e la selezione dei quadri dirigenti, le gerarchie e le esperienze sul campo che una volta caratterizzavano la carriera politica e la costruzione del consenso attraverso i cosiddetti corpi intermedi. Che tutto questo sia un bene è difficile dirlo, anche a giudicare dall’impatto dei nuovi protagonisti dello scenario politico sull’immaginario collettivo e sulla cultura popolare meno retriva. Ma forse siamo solo all’inizio di una rivoluzione copernicana del modo di intendere la politica, che si accompagna a una nuova attitudine nei comportamenti sociali e nell’espressione delle opinioni che appare fortemente condizionata dall’impatto dei social media nella vita di ciascuno di noi.