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“L’Italia è il secondo paese più vecchio al mondo dopo il Giappone, con una crisi demografica confermata per il terzo anno consecutivo, mentre le nascite sono in calo da nove anni. Oggi ci sono 168,7 anziani ogni 100 giovani”. Questo è il quadro che emerge dal rapporto Istat 2018, che si sofferma a lungo su un tema decisivo per le sorti del nostro paese, emerso con prepotenza nell’ultimo quarto del secolo scorso e nei primi anni del nuovo millennio.

L’evoluzione demografica degli ultimi decenni non solo ci consegna un paese profondamente trasformato nella struttura e nelle dinamiche sociali e demografiche, ma non ci fa ben sperare per il futuro. La tendenza demografica, infatti, è destinata ad accentuare ulteriormente il processo di invecchiamento. Al 1° gennaio 2018 si stima che la popolazione ammonti a 60,5 milioni di residenti, con un’incidenza della popolazione straniera dell’8,4% (5,6 milioni), mentre la popolazione totale è diminuita di quasi 100 mila persone rispetto ai dati dello scorso anno. “Si accentua contemporaneamente l’invecchiamento della popolazione – sottolinea il rapporto – nonostante la presenza degli stranieri, caratterizzati da una struttura per età più giovane di quella italiana e con una fecondità più elevata”.

In breve, siamo di fronte a una delle maggiori sfide che non solo l’Italia ma anche l’Europa e il mondo occidentale devono affrontare, unitamente ai cambiamenti climatici e alla globalizzazione. Il calo demografico e l’invecchiamento della popolazione costituiscono infatti una combinazione esplosiva che potrebbe compromettere il modello di solidarietà intergenerazionale, a causa di impegni pensionistici insostenibili in termini sia di costi sia di durata. Un’aggravante è rappresentata dalle rapide trasformazioni del mercato del lavoro e dal cosiddetto ‘nomadismo’ occupazionale di una porzione sempre più consistente di lavoratori, obbligati a cambiare in continuazione settore produttivo e attività nel corso della vita professionale. Ciò renderà sempre più difficile la realizzazione di carriere lavorative regolari e continue dal punto di vista della contribuzione previdenziale. Da qui la necessità di ripensare i tradizionali meccanismi e istituti previdenziali. Ma il fenomeno dell’invecchiamento non potrà non avere profonde ripercussioni in molti altri settori, come l’assistenza sanitaria, il mercato del lavoro, la sicurezza sociale, la finanza pubblica, senza contare le ricadute sulla scuola, la pubblicità, il costume e i modelli di vita.

C’è poi da considerare un aspetto che rischia di connotare sempre più le società europee e occidentali: l’aumento dell’aspettativa di vita non coincide necessariamente con una buona qualità della vita. Secondo una ricerca realizzata nel 2012 dalla Comunità di Sant’Egidio, all’interno del dato sulla povertà – il 19,8 per cento degli anziani (65 anni o più) in Europa è a rischio povertà (in Italia il 20.3 per cento) – spicca quello che riguarda le famiglie mono componente, che crescono in parallelo con l’invecchiamento della popolazione. In Francia l’incremento percentuale delle famiglie composte da un solo componente sarà pari al 75 per cento nel 2030. Ciò segnala due fenomeni in crescita continua, cioè l’isolamento e l’esclusione sociale. Nelle risposte a un questionario in cui si chiedeva all’interessato se poteva contare sull’aiuto di qualche amico o parente l’Italia si segnalava per un dato superiore alla media europea, con quasi il 15 per cento degli intervistati (media europea 7,2, ma eravamo nel 2006).

Ecco perché si rende necessario un approccio integrato e “multidisciplinare” al problema, che allarghi l’orizzonte dai confini nazionali a quelli – quanto meno – continentali, essendo impensabile una soluzione efficace che isoli il nostro paese dal resto del mondo. Va in questa direzione la Strategia Europa 2020 della Commissione europea, che richiama la necessità di varare le seguenti misure:

1) politiche per le famiglie volte a stabilizzare o innalzare i livelli di fertilità;

2) politiche volte a innalzare i tassi di partecipazione al mercato del lavoro;

3) strategie efficaci di equilibrio tra vita professionale e vita privata (regimi di congedo, telelavoro, ecc.), con l’obiettivo di offrire condizioni che consentano alle persone, in particolare madri e lavoratori anziani, di continuare a lavorare. Malgrado la speranza di vita più elevata, le donne vanno in pensione prima e il loro tasso generale di occupazione è inferiore a quello degli uomini: 58,3 per cento contro il 72,5;

4) politiche volte a favorire le pari opportunità e la non discriminazione;

5) programmi di assistenza all’infanzia e sistemi scolastici con servizi di sostegno per i genitori che lavorano;

6) rimozione degli ostacoli giuridici, amministrativi e culturali alla mobilità dei lavoratori all’interno dell’Ue, e quindi piena trasferibilità dei diritti previdenziali e pensionistici, migliore formazione linguistica, pieno riconoscimento dei titoli accademici e delle competenze professionali in tutta l’Ue e creazione, a tutti i livelli, di un ambiente non discriminatorio;

7) cambiamento radicale dell’approccio al pensionamento, scoraggiando l’attuale pratica del pensionamento anticipato. La pensione dovrebbe essere una scelta, piuttosto che un obbligo;

8) necessità di cambiare atteggiamento nei confronti dell’immigrazione, troppo spesso percepita come un fardello di cui farsi carico più che come opportunità da cogliere. Su questo punto occorrerebbe valorizzare il ruolo degli immigrati come caregiver (o badanti), che sostituiscono le donne e i parenti nella cura delle persone malate e degli anziani.

La difficoltà è passare dai buoni propositi alle realizzazioni concrete. Con l’aria che tira oggi in Europa non sarà facile.