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Il sociale è un sistema complesso nel quale ci siamo tutti, piccoli e grandi, giovani e anziani, ricchi e poveri, fortunati e sfortunati, giovani generazioni senza lavoro e senza speranza di pensionamento. Pur sapendo che il lavoro è  dignità e che la pensione è  il rifugio che accompagna l’Essere verso una dipartita meno traumatica, colpisce il modo in cui si  continua a praticare  la cultura  dello “scarto”.

I colori dell’arcobaleno sono gli stessi della pace, ma il semicerchio non è eterno e prima o poi si dissolvono. Si abbandoni quindi il vezzo dell’emarginazione. Chi governa ha il dovere di ascoltare e di agire con equità, altrimenti non si è capaci di discernere, si cade nel qualunquismo e ci si ritrova intenti ad occupare poltrone e ad imporre le proprie volontà camuffandole per esigenze di stato.

Quando si entra nella spirale del comando, la parabola si è definitivamente appiattita. Cercare di risalire la china è  un esercizio proibitivo perché  bisogna passare sul corpo degli anziani. Urge confrontarsi con i giovani ai quali il comandante non trasmette, tolleranza,  convivenza, e nemmeno l’altruismo.

I dati Eurostat  sul Paese sono impietosi ed evidenziano i nostri primati negativi rispetto all’Europa. In Italia i NEET sfiorano il 25% rispetto alla media europea che non supera il 15%.Not in Education, Employment or Training. L’acronimo NEET è un mantra che si abbatte sui giovani del terzo millennio.

È il classico caso di una parola che nello stesso momento in cui descrive un fenomeno contribuisce ad alimentarlo. Da quando è diventata anche una chiave per accedere a fondi pubblici o privati, il gioco a chi scova  i più giovani NEET si è fatto anche piuttosto stucchevole. In sintesi i NEET sono i giovani che non studiano, non hanno un lavoro e non sono impegnati in percorsi formativi. Era il 2002, e prima di allora milioni di giovani vivevano spensierati la loro transizione dall’età adolescenziale a quella adulta senza sapere che quelle quattro lettere li avrebbero presto marchiati come un problema sociale.

Ne consegue che i giovani nulla facenti Italiani sono il doppio della media UE e sono più numerosi anche d quelli a Cipro, in Grecia, in Croazia, in Romania e in Bulgaria. Anche se Francia, Spagna e Slovacchia sono in linea alla media Europa con il 15%.

Al contrario, nei Paesi nordici il numero dei Neet sono tutti diversi. Paesi Bassi (5,3%) messi meglio di Slovenia (8%), Austria (8,1%), Lussemburgo e Svezia (entrambi a 8,2%), Repubblica Ceca (8,3 %), Malta (8,5%), Germania (8,6%) e Danimarca (9,2%). Ma i numeri italiani sono altri e li abbiamo visti prima.

E’ bene ricordare che se nella vita non c’è fiducia, è come se non ci fosse campo. Non si riesce a parlare e ci si chiude in se stessi. Quindi mettiamoci  sempre  dove  “si  prende”. La famiglia, la scuola e la comunità, perché in questo modo avremo sempre qualcosa da dire di buono e di reale e vero da fare.

I giovani non hanno bisogno di chi si sostituisce a loro, ma di gente capace di essere un’autorevole compagna di strada, della disponibilità e del mettersi continuamente in gioco.

Intanto il 1° maggio scorso i Neet, che risultano registrati al progetto GaGi, sono risultati circa 1milione e 300mila, non tutti però hanno spento la candelina e festeggiato il IV compleanno di Garanzia Giovani. Si tratta del programma europeo che mira ad aiutare i Neet ad entrare nel mondo del lavoro. Sulla base dei dati forniti da Anpal, l’Agenzia nazionale delle politiche attive, tra i registrati fino al 31 gennaio 2018, sono solo poco più di 230mila quelli che ad oggi hanno un lavoro. Pertanto a fronte di un investimento di milioni di euro dalla UE, che ha finanziato il progetto fino al 2020 estendendo i benefici ai giovani disoccupati delle regioni del Sud, il bilancio risulta insoddisfacente.

A sentire Anpal: «I risultati nel complesso sono positivi, considerato che stiamo ragionando su un percorso rivolto ad una categoria ai margini della vita sociale e produttiva del Paese e che grazie alla Youth Guarantee si sono in qualche modo messi in gioco».

Analizzando i dati, però, viene fuori che quasi i 2/3  dei registrati al programma si sono persi per strada. Un dato, questo, che dimostra la solita confusione che continua a regnare nel mercato del lavoro.

Francamente ci sembra un narrare inceppato. Ad oggi i Neet dello Stivale sono ancora poco meno di 2milioni e 500mila e l’Italia resta comunque la peggiore in Europa per numero di giovani non impiegati né nel lavoro né negli studi. Il 25% degli under 30 italiani rientra ancora in questa categoria, contro una media Ue del 13,4%, restando  quindi ben lontani dal 5,9% dell’Olanda e dall’8,5% della Germania. La maggiore concentrazione si ha nel Mezzogiorno, dove i Neet sono il 34,4% degli under 30. Praticamente più di uno su tre.

Questi numeri fanno pensare e disperare chi crede nel lavoro e nell’impegno delle Istituzioni.

Oltre alle liste di prescrizione e alla danza del ventre di qualche ministro, non si sono sentite parole chiare sul lavoro, sulla cultura, sull’istruzione, sulla difesa della scuola pubblica, sulla sanità non meno pubblica, sulla laicità dello Stato. Insomma, la percezione che si ha finora del biglietto da visita del governo è di segno reazionario e securitario (ordine pubblico) quasi che al mondo, anzi nel nostro piccino Paese segnato da una mentalità piccolo borghese rionale, non esista altro problema se non l’invasione da parte dei migranti. Si tratta di una forma di criminalizzazione della miseria. Il migrante diventa sinonimo di minaccia alla nostra sicurezza,

Di contro nessuna parola, sulla lotta alla mafia, sui diritti civili e costituzionali e, stando alle affermazioni circolanti, oltre alla cancellazione di molti diritti elementari, si pensa di reintrodurre anche gli obblighi militari.

I nostri ragazzi che vivono quasi nell’anonimato (i Neet) rappresentano un segmento di popolazione che nel  Paese assume proporzioni molto rilevanti. Quando i numeri sono così grandi significa che le cause sono strutturali e che risalgono al modo in cui sono organizzate la società e l’economia.

Sarebbe opportuno che la politica, oltre a chiudere i porti e a contare i Rom, affrontasse seriamente e strutturalmente l’impalcatura del Bel Paese per creare un contesto dove gli under 35 riescano ad avere la possibilità di studiare, di lavorare e di vivere appieno come cittadini.