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Il popolo delle partite Iva. Già in questa definizione è contenuta una specie di ossimoro. Perché non c’è nulla di più individuale, sconnesso dal popolo, di chi lavora con partita Iva. Il fatto è che ormai la condizione di lavoro con questa modalità sembra destinata a diventare quasi la fattispecie comune, sia che si tratti di “false” partite Iva, sia che si tratti di professionisti a contratto, sia che si tratti di lavoro esternalizzato, cioè affidato a cooperative, società di vario tipo o singole prestazioni che prima facevano parte di un insieme omogeneo.

La prima e più evidente conseguenza di questo modo di lavorare è la perdita di una visione collettiva del lavoro, lo smarrimento del senso di identità, la condivisione di obiettivi generali che implicavano l’appartenenza a un gruppo. E così anche le grandi organizzazioni che sull’identità collettiva avevano costruito le proprie fortune hanno finito per vedere crollare pezzo dopo pezzo il loro vecchio edificio organizzativo, che oggi si limita a certi settori – specie quello pubblico – e a ciò che è sopravvissuto della produzione manifatturiera.

Prima di affrontare questo aspetto, vediamo però quali sono le problematiche legate al lavoro individuale. Senza considerare gli aspetti fiscali che comporta l’apertura di una partita Iva, non sempre favorevoli anche se c’è stato un miglioramento negli ultimi tempi (a lungo gli studi di settore sono stati una specie di spada di Damocle su ogni tipo di evasione fiscale, una specie di presunzione di colpevolezza a prescindere dai redditi effettivamente conseguiti, ma anche un forte disincentivo per chi aveva voglia di mettersi in proprio), per molte persone questa condizione consentirebbe di conciliare in modo ottimale le esigenze di vita e quelle della professione. Il che vale soprattutto per le donne con figli, ed è comunque vero solo in parte. Molti studi hanno puntato l’attenzione sul rischio opposto a quello che apparirebbe naturale quando si tratta di gestire il tempo in base alle proprie esigenze personali: e cioè l’alienazione e quello che è stato definito rischio “work alcoholic”, cioè ubriachezza da superlavoro, incapacità di stabilire limiti al proprio coinvolgimento nell’attività produttiva. Il lavoro in isolamento, inoltre, produce separazione dalle dinamiche che prendono vita negli ambienti in cui interagiscono molte persone, con ricadute sulla carriera, sulle prospettive di miglioramento e sull’arricchimento che deriva dal confronto continuo con altre persone. Sono problematiche presenti soprattutto nel mondo del telelavoro, che affronteremo in un articolo dedicato all’argomento. Ad oggi molta parte del popolo delle partite Iva si lamenta proprio di questa impossibilità di veder migliorare il proprio orizzonte lavorativo.

Per quanto riguarda le organizzazioni che dovrebbero difendere il lavoro in tutte le sue diverse accezioni, le difficoltà sono molto evidenti. In primo luogo, come è facile intuire, il lavoratore singolo è molto più soggetto ai ricatti padronali, non ha potere contrattuale a meno che non abbia un profilo professionale di altissimo livello, e tantomeno può utilizzare strumenti tradizionali come lo sciopero, la vertenza sindacale, la negoziazione di aspetti del lavoro che non riguardano solo la busta paga ma coinvolgono aspetti come la salute, l’ambiente, la maternità, ecc. Magari possono ottenere più soldi nel confronto individuale con il datore di lavoro, ma difficilmente potranno acquisire diritti come il congedo di maternità, le ferie pagate, i congedi parentali, tutto ciò che fa parte del bagaglio di diritti acquisiti che rendono appetibile l’impiego pubblico e l’impiego privato a tempo indeterminato nel comparto pubblico e nelle grandi organizzazioni. Senza contare il fatto che i vantaggi economici sono spesso vanificati dall’onere di costruirsi una previdenza sulla base di contributi versati volontariamente alle casse di categoria o alle assicurazioni private.

Alcuni sindacati sono da tempo consapevoli di questa realtà e cercano di avvicinare le singole persone o i piccoli gruppi (le cosiddette nuove identità di lavoro) per spingerle a un’iscrizione che, in cambio di quote anche irrisorie, garantisce tuttavia pochi vantaggi in termini di diritti e di miglioramento della condizione lavorativa. Ricordate la figura molto tipicizzata ma estremamente realistica del sindacalista in “Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì? In quel caso il suo sforzo era quello di avvicinare i lavoratori di un call center, che per quanto alienati facevano pur sempre parte di un collettivo di lavoro. Raggiungere e convincere le persone che lavorano a casa, in proprio o in un piccolo studio associato si prospetta come operazione assai più difficile. Eppure non può esserci strada diversa dalla rappresentanza, anche individuale, per portare le esigenze di ciascuno in una sede di trattativa, trasformandole in rivendicazioni, richieste di miglioramento e riconoscimento di diritti. Soprattutto se si vuole evitare che il mondo del lavoro si trasformi in una specie di “ognuno per sé e dio per tutti”, dove i diritti di qualsiasi tipo vanno a farsi benedire e le ragioni del datore di lavoro – che può non essere il padrone delle ferriere di antica memoria ma un’entità astratta, impersonale e impalpabile come una multinazionale con sede all’estero (vedi Amazon) – finiscono per fare il bello e il cattivo tempo. Come avveniva più di duecento anni fa.