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On. Ministro,

Le deleghe da Lei assunte sono nello stesso tempo prestigiose e impegnative poiché riguardano l’aspetto più delicato delle attese dei cittadini di un Paese quasi allo stremo. L’avvento del “Governo del Cambiamento” ha pesato positivamente soprattutto tra le persone semplici che sembra abbiano ritrovato la speranza nel lavoro e guardano al futuro dei figli.

É comune sentire che le sorti di una società equa ed inclusiva, giusta e solidale, siano il lavoro e il welfare. Se non si pone rimedio allo smembramento del welfare, le grandi conquiste sociali del secolo scorso andranno definitivamente perse. Il compito delle Istituzioni, non è solo quello di impedire questa deriva, ma quello, ben più entusiasmante, di creare scenari nuovi in cui la democrazia resti equa e sovrana. Di recente Papa Francesco, nel visitare un’industria, ha espresso parole forti e chiare sul tema del lavoro. Ha detto che “quando non si lavora, o si lavora male, si lavora poco o si lavora troppo, è la democrazia che entra in crisi e tutto il patto sociale su cui si fonda la nostra Repubblica”. Poi ha precisato che “bisogna guardare senza paura, ma con responsabilità, alle trasformazioni tecnologiche, perché l’obiettivo da raggiungere è il “lavoro per tutti”.

Non ci appartiene l’idea di una Repubblica che si fonda sui sussidi, senza nulla togliere alla lotta contro la povertà e alle battaglie finalizzate all’inclusione sociale, ma per abbattere gli steccati dell’indifferenza e il culto dell’immobilismo è necessario immedesimarsi nel concreto, profondendo con convinzione ogni sforzo al fine di raggiungere il concetto dell’utilità reciproca. Se una persona non si integra nella rete dei rapporti di reciprocità che caratterizza il sistema socio-economico attuale, si ritrova senza lavoro e quindi senza reddito, la malattia che si crea nel corpo sociale è la rottura di relazioni di reciprocità.

Il reddito da lavoro (stipendi, salari) è il risultato di una relazione tra persone o istituzioni legate da vincoli reciproci, quando, invece, i redditi non nascono da rapporti mutuamente vantaggiosi, abbiamo a che fare con relazioni sociali malate o quantomeno parziali, dove i flussi di reddito sono sganciati da relazioni reciproche. Il lavoro per tutti è la terra promessa della Costituzione, una promessa-profezia che oggi assume un significato ancora più importante di allora, perché c’è una ideologia globale crescente che nega la possibilità di lavoro per tutti, nel tempo della robotica e dell’informatica.

Liberarsi nel lavoro e non liberarsi del lavoro. Questo concetto deve farsi strada ovunque. Ovunque bisogna privilegiare il lavoro per tutti e non accontentarsi che a lavorare siano solo il 40 o 50% delle persone. Ove si assecondassero le pratiche che mirano al reddito per tutti, emergerebbe una società dello scarto, camuffata per spirito di solidarietà. Questa prospettiva è da rigettare, anche perché la terra del lavoro parziale non può essere la terra promessa.

Per combattere le antiche e nuove povertà dobbiamo riattivare la comunità, le associazioni della società civile, la cooperazione sociale e tutti quei mondi vitali nei quali le persone vivono e fioriscono.

Intanto l’Istituto Superiore della Sanità, ha esaminato oltre 40 siti contaminati da amianto, raffineria, industrie chimiche e metallurgiche, rilevando che da Gela all’Ilva di Taranto, in poco più di un lustro sono circa 12mila (11.992) le persone morte per tumori e malattie cardiocircolatorie il cui killer si chiama inquinamento.

I numeri non sono una novità, ma se ne deduce che nessun miglioramento si è verificato in ordine alla contaminazione.

Tra l’altro i luoghi che generano morte, si legge nel rapporto, sono noti dal secolo scorso e vanno “dalle miniere del Sulcis alle acciaierie dell’Ilva, dalle raffinerie di Gela alla città di Casale Monferrato “imbiancata” dall’eternit, passando per il territorio del litorale flegreo con le sue discariche incontrollate di rifiuti pericolosi. Aree in cui vivono complessivamente sei milioni di persone, residenti in 319 Comuni, e i cui dati sono stati studiati nell’arco di tempo tra il 2006 e il 2013″

I numeri sono numeri e parlano, sono testimonianze inconfutabili che dimostrano un aumento di tumori maligni del 9% tra 0 e 24 anni. In particolare “l’eccesso di incidenza” rispetto a coetanei che vivono in zone considerate non a rischio è del 62% per i sarcomi dei tessuti molli, 66% per le leucemie mieloidi acute; 50% per i linfomi Non-Hodgkin. Va da sé che i dati riguardano i siti  dove è attivo il registro tumori, che su 45 siti funzione solo in 28 (Studio Sentieri periodo 2006-2013).

Diamo per scontato che nel “contratto di governo” questa strage di innocenti sia stata approfondita, con i relativi provvedimenti.

Dobbiamo altresì avere consapevolezza che dalla confusione generale sta emergendo un lavoro che non è autonomo, né propriamente dipendente, ma le indicazioni ci dicono che il lavoro sarà sempre più un progetto, ne deriva che di questo si deve parlare nell’immediato e senza tentennamenti. Il lavoro che cambia, esige un sindacato moderno e uomini responsabili, pronti ad ascoltare, studiare, scegliere le priorità accompagnate dalla capacità di fare proposte. Troppi sindacalisti vivono ancora con la mente nell’Italia in cui “hanno tutti ragione”, altri non si sono neanche sforzati di capire dove va il lavoro. Il sindacato e noi ne siamo assertori, deve innovarsi, a cominciare da noi che invece di chiamarci lavoratori, ci è stata affibbiato in alto sul taschino la “targhettina dirigenti”  Basta con i privilegiati e con i distaccati, al vertice donne e uomini  che credono nei valori e vivono il sindacato con orgoglio, convinzione e coerenza. Senza scelte, il sindacato si condanna all’irrilevanza. Scegliere significa anche distinguere tra chi lavora e lavora bene e chi non lavora e timbra coprendo gli altri, perché “non c’è nulla di più ingiusto di fare parti eguali tra diseguali”.

Questo è il sindacato di cui non si può fare a meno, un alleato che non difende l’esistente ma spinge il Paese ad una svolta urgente in termini di produttività, competitività, ma anche di nuova sostenibilità sociale.

L’importante è non cullarsi nei rimpianti, non alimentare la cultura da bar della lagna, che nei social è diventata partito e dei luoghi comuni, che in Italia hanno già troppi campioni, e accettare la sfida del cambiamento. Anche quando farlo è faticoso. Ma è una fatica positiva che serve a ridare speranza a tutti quelli che hanno voglia di un mondo migliore e che sono in cerca del materiale per costruirlo.

È ora di abbandonare l’ipocrisia delle non-scelte e ragionare di riforme vere, di poche cose importanti, da fare tutti insieme! Dalla protezione alla promozione della persona. Occuparsi di formazione, nuovi inquadramenti, politiche attive, di “centralità della persona” con i nuovi bisogni e le nuove attese, dettati proprio dal consumismo incontrollato.

I contatti e le relazioni umane restano fondamentali. Quelli che ascoltano quando un lavoratore parla, possono continuare a farlo anche con i nuovi strumenti della comunicazione: gli attivisti digitali più attivi sono più dinamici anche nei rapporti umani. È una realtà. Non si può fare a meno del sindacato perché dà forma e contenuto alla rabbia e alla disperazione. Perché è l’unico soggetto capace di trasformare tutto questo in energia positiva.

Naturalmente, però, il sindacato ha senso se torna ad essere un grande progetto educativo collettivo che opera di concerto con le Istituzioni, ma da entrambi il segnale di fumo deve comprendere, confronto, dialogo, sintesi costruttiva e meno gite in piazza. E poi serve maggiore informazione e formazione.

A volte chi conosce patimenti e sofferenze è il candidato giusto per capire chi non lavora.

Decida Lei sig. Ministro se è il caso di approfondire.

Da noi, disponibilità e collaborazione.