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Chiusura, riconversione, bonifica? Quale che sia l’opzione sul futuro dell’Ilva di Taranto ce n’è una che non può essere neppure considerata: lo status quo. Perché troppo grande è la posta in gioco e troppo forti sono gli interessi che si contrappongono in questo caso, in particolare il bene della salute (dei lavoratori e della popolazione in generale) da una parte e le esigenze produttive dall’altra, con tutto ciò che ne consegue in termini di occupazione, indotto, economia locale, regionale, nazionale e globale. Non è la prima volta che questo accade, ovviamente. Ma il caso dell’Ilva di Taranto rischia di segnare un punto di svolta nel conflitto forse insanabile tra difesa della salute e difesa del lavoro.

In Italia la contraddizione tra salute e lavoro emerse con forza con il caso Farmoplant, azienda farmaceutica della Montedison nei pressi della città di Massa, da cui si sprigionò una nube tossica nel luglio 1988 e che fu poi chiusa in seguito a un referendum (72% a favore della chiusura). Per la verità c’era già stato un precedente nel luglio 1976, quando una nube tossica si sprigionò dallo stabilimento Icmesa di Meda, nei pressi di Seveso. Ma allora le conseguenze di quell’incidente non riguardarono tanto l’occupazione e l’economia locale quanto i rischi per la popolazione legati a certe produzioni chimiche. Ne conseguì un serrato dibattito sulla salute che, tra l’altro, coinvolse il tema dell’aborto (chiamando in causa i principi religiosi e la posizione ufficiale della Chiesa cattolica, anche se si trattava in quel caso di aborto “terapeutico”). Se quella di Seveso può essere considerata la prova generale del dibattito che portò al referendum dell’8-9 novembre 1987 e all’uscita dell’Italia dal nucleare (l’anno prima c’era stato l’incidente di Chernobyl), il caso Farmoplant contiene in nuce tutte le problematiche emerse drammaticamente all’Ilva di Taranto. In quel caso fu scelta la chiusura, che ebbe forti ricadute occupazionali e provocò una ferita all’economia locale ancora non del tutto rimarginata.

Tornando alle tre opzioni citate all’inizio per il caso Ilva di Taranto, vediamo nello specifico quali scenari si aprirebbero. Chiudere lo stabilimento di Taranto, in particolare l’area a caldo – cioè gli stabilimenti maggiormente responsabili dell’inquinamento –, significherebbe fare una scelta a favore della salute e dell’ambiente ma compromettere forse definitivamente il futuro della città (e non solo). Ricordiamo che in ballo ci sono 14 mila posti di lavoro, più l’indotto che non riguarda solo l’economia locale e le cui aziende vantano crediti per 190 milioni di euro. Le ricadute non tarderebbero poi a coinvolgere l’Ilva di Cornigliano (Genova), dove da tempo è aperto un tavolo di trattative sul futuro dello stabilimento tra governo, autorità locali, proprietà e sindacati. Per inciso, le acciaierie di Piombino acquistate dal gruppo indiano Jindal hanno da poco raggiunto un accordo che garantisce il ricollocamento di 2.000 lavoratori. Ma le conseguenze si farebbero sentire anche per altre ragioni: già oggi l’Ilva perde tra i 20 e i 30 milioni al mese, destinati ad aumentare ove la produzione non arrivasse a coprire i costi (servirebbero 8 milioni di tonnellate di acciaio contro i 5 attuali). Inoltre, in caso di chiusura, occorrerebbe risarcire i venditori per la mancata vendita, oppure risarcire per i mancati introiti i nuovi acquirenti, la cordata Am Investco guidata dal gruppo franco-indiano Arcelor Mittal. Senza contare la restituzione dei 900 miliardi assegnati dal governo a titolo di finanziamento e sotto minaccia di sanzioni europee come aiuto di Stato.

E veniamo alle altre due opzioni, la riconversione tanto cara ai 5 Stelle, e la bonifica. Anche qui si può ricordare il precedente della centrale atomica di Montalto di Castro, trasformata con successo in centrale idroelettrica in seguito al referendum sul nucleare prima citato. Per inciso, giova ricordare anche qui che, in caso di successo del sì al nucleare, si era ventilata l’ipotesi di risarcire le popolazioni locali con un sostanzioso incentivo economico. Salute in cambio di soldi. C’è però da dire che una cosa è riconvertire una centrale da una forma di energia a un’altra forma di energia, altra cosa è riconvertire una fabbrica siderurgica altamente inquinante in uno stabilimento destinato a produrre non si sa bene cosa, a quali condizioni, con quanta manodopera e a quali costi. Naturalmente senza inquinare. Per quanto concerne poi la bonifica, ammesso che lo Stato, qualche entità superiore o i proprietari – quelli attuali o eventuali nuovi acquirenti – siano propensi a sobbarcarsi le spese non certo indifferenti, occorrerebbe avere ben chiaro il futuro dello stabilimento sulla base di un piano industriale credibile, che al momento non è stato realizzato da nessuna delle parti in causa. E di certo la bonifica in sé non sarebbe sufficiente a ricollocare 14 mila lavoratori, dato che nel migliore dei casi ne basterebbero poco più di 500, magari provenienti da altre realtà e assunti appositamente per questa evenienza.

Quindi? Quindi la soluzione resta un bel rebus. Forse nel caso dell’Ilva di Taranto sarebbe il caso di mobilitare tutte le energie creative per farsi venire qualche idea. Ad esempio quella di sperimentare un nuovo tipo di intervento misto pubblico-privato, destinato a rilanciare l’economia in una zona “sensibile” con una serie di finanziamenti diversificati e sostenibili dal punto di vista ambientale, che – senza dover puntare necessariamente, o almeno non esclusivamente, sull’acciaio – mirino a salvaguardare l’occupazione e il futuro di un’intera regione. Ma questo resta un auspicio più che una prospettiva concreta.