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Uno spettro si aggira per l’Italia: è l’Europa. Cosa vuole l’Europa da noi? Perché ci sta con il fiato sul collo ed entra così pesantemente nel dibattito che accompagna la formazione del nuovo governo?

Un po’ di storia può servire a chiarire le idee. Il trattato di Maastricht del 1992, entrato in vigore il 1º novembre 1993, fissava le regole politiche e i parametri economici e sociali necessari per l’ingresso dei vari Stati aderenti nell’Unione europea. I criteri di convergenza messi in opera a Maastricht e confermati nel Piano di stabilità e crescita del 1997 (limite del debito nazionale al 60 per cento e limite del deficit di bilancio annuale al 3 per cento), assieme alla politica del tasso d’interesse unico da parte della Bce, avevano lo scopo di costringere gli stati membri a un regime economico che privilegiasse la stabilità dei prezzi. In questo modo i governi nazionali sarebbero stati obbligati a evitare di contrarre debiti che potessero causare passività agli altri stati membri. Lo stesso obiettivo avevano i provvedimenti del Trattato di Maastricht che proibivano alla Bce di accordare prestiti alle autorità pubbliche sia dell’Unione sia dei singoli stati membri, o di concedere altre forme di assistenza finanziaria a questi ultimi.

Da allora, tuttavia, la convergenza è stata più un’ipotesi astratta che un fatto reale, dato che le economie nazionali della zona euro hanno continuato a seguire percorsi di crescita differenti. Né i poteri sanzionatori nei confronti dei paesi non rispettosi dei criteri di convergenza hanno sortito grandi effetti, dato che si sono trovati in condizione di irregolarità non solo i paesi con minore forza contrattuale ma anche giganti come la Francia e la Germania. In questo scenario, poi, è intervenuta la crisi del 2008, nella quale i fattori esogeni (ricordate i titoli derivati e sub-prime?) non hanno fatto che scatenare o accentuare gli squilibri indotti dai fattori endogeni. Molti, poi, sono convinti che la risposta alla crisi da parte delle istituzioni europee abbia contribuito a peggiorare le cose. In particolare sono stati messi sotto accusa il ritardo con cui la Bce ha deciso di sostenere la moneta unica e la decisione (da parte della “Troika” composta da Fondo monetario internazionale, Commissione europea e Bce) di sottoporre il sostegno finanziario d’emergenza agli stati debitori a una serie di condizioni. Ciò ha finito per vincolare la capacità dei governi di sostenere la domanda interna attraverso la discrezionalità della spesa, traducendosi in dolorosi tagli ai salari e alla spesa sociale, crisi aziendali, maggiore disoccupazione e riduzione dei livelli di attività economica. In breve i deficit pubblici di molti paesi – basti pensare alla Grecia – sono peggiorati, almeno nel breve periodo, anche se nel medio-lungo periodo qualche segnale di ripresa sembra farsi strada.

In ogni caso l’atteggiamento delle istituzioni europee sta andando oggi in direzione diversa, anche perché si è ormai capito che le politiche di austerità hanno finito per alimentare un po’ ovunque il successo dei partiti populisti. Tuttavia restano alcuni punti fermi di cui occorrerebbe tenere sempre conto. Il primo è che il rapporto sproporzionato tra debito e Pil non è un capriccio dell’Europa ma è un’esigenza primaria della nostra economia per recuperare competitività nel mercato globale e dare un futuro al paese. Il secondo è che l’Italia continua a far parte di un’Europa che non solo ha garantito finora la pace, la crescita e la correzione degli squilibri dei paesi che ne fanno parte ma oggi sembra più disposta ad accettare le richieste di flessibilità provenienti da quasi tutti gli Stati membri, specie per quanto riguarda la gestione dell’immigrazione. Infine, valga come corollario al punto precedente, l’Italia non può rimettere in discussione gli accordi internazionali se non modificando la Costituzione, come il presidente Mattarella ci ha ricordato in più occasioni. E oggi il pareggio di bilancio è incorporato nella Costituzione tra i suoi obiettivi irrinunciabili.

Quando si mette sotto accusa l’Europa, sarebbe bene non dimenticare che i fondi strutturali, la costruzione delle grandi reti transnazionali (anche se si può non concordare sulle modalità), la condivisione del peso dell’immigrazione, e ora anche la prospettiva di una politica estera che tenga più conto degli interessi comuni (specie dopo la Brexit e la rinuncia degli Stati Uniti agli impegni sul clima e agli accordi sul nucleare con l’Iran), dipendono dalla nostra capacità di stare dentro l’Europa e di far sentire di più il nostro peso. Ma questo può avvenire solo se l’Italia sarà in grado di assumere un comportamento virtuoso riguardo ai vincoli che ancora ci impone l’Europa. Scrive a questo proposito Francesca Basso (Corriere Economia del 21 maggio 2018): “Resta sempre valida la condizionalità macroeconomica sullo sforamento del deficit, cioè in caso di deficit eccessivo Bruxelles può decidere il blocco dei fondi. A questo si aggiunge il tentativo di legare in modo sempre più stretto la programmazione dei fondi strutturali con le raccomandazioni nell’ambito del semestre europeo”. Se qualcuno avesse ancora dei dubbi, se li può far passare leggendo il sommario dell’articolo: “È una partita da 120 miliardi in sette anni: le risorse di Bruxelles, di cui i governi discuteranno a fine giugno, saranno connesse a regolamenti e condizioni (Pil, migranti, funzionamento della giustizia) che potrebbero penalizzare l’Italia”.