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Dato che ci siamo occupati di pensioni, non possiamo omettere il lato B del trattamento previdenziale, ovvero le pensioni integrative o complementari, e in particolare i fondi pensione. Qui tralasciamo volutamente e di buon grado l’integrazione prevista da istituti come l’Inps 2, ben presto imitato da quasi tutte le casse professionali per raccogliere contributi sul lavoro autonomo e sulle prestazioni occasionali, i cui rendimenti (in genere trascurabili) sono proporzionali alle quote versate, suddivise tra datore di lavoro e lavoratore.

Aggiungiamo comunque che fino a oggi i paesi occidentali – con la significativa eccezione degli Stati Uniti, che non hanno un sistema previdenziale pubblico, se si eccettua un’esigua minoranza di indigenti che percepisce assegni sociali – non sono riusciti a compensare con il risparmio, sotto forma di pensione integrativa, di assicurazioni sulla vita e di fondi pensione privati, i problemi di bilancio della previdenza pubblica. Ciò è dovuto a una serie di fattori, che vanno dai trattamenti fiscali non sempre favorevoli (e disomogenei) alla difficoltà di misurare il rischio di longevità estrema, senza contare i rischi connessi agli investimenti dei fondi pensione privati in un mercato finanziario per definizione instabile e poco affidabile. Tra l’altro i cosiddetti titoli “derivati”, su cui è confluita una gran massa di risparmio privato negli anni passati, compresi i fondi pensione, sono all’origine della crisi economica che ancora trascina i suoi effetti devastanti su molti paesi, tra cui in primo luogo l’Italia. Da questo punto di vista occorrerebbe garantire, anche dal punto di vista legislativo, un’adeguata amministrazione dei fondi pensione, in modo da salvaguardare sia i redditi da pensione sia la stabilità finanziaria, alleggerendo allo stesso tempo gli oneri per i conti pubblici che derivano dai costi della previdenza e dai salvataggi di fondi pensione insolventi.

Ciò detto, vediamo più da vicino di cosa stiamo parlando. I fondi pensione legati al contratto collettivo di lavoro, di solito quello di settore o di categoria, sono chiamati fondi chiusi. I fondi pensione aperti sono invece destinati a tutti, ai lavoratori dipendenti e agli autonomi. Sono diversi dai piani individuali pensionistici (Pip), anch’essi aperti a tutti ma più somiglianti ai contratti di assicurazione, in questo caso con finalità pensionistiche. La legge 252 del 2005 aveva rimesso al singolo lavoratore la scelta tra un Tfr prestabilito in base ai contributi versati, da percepire a fine carriera, e l’investimento nei fondi pensione che, con vari gradi di rischio, avrebbe consentito di diversificare l’investimento e distribuirlo nel tempo. Un po’ come scegliere tra “pochi, maledetti e subito”, anche se posticipati al momento del pensionamento, e una specie di polizza vita che, attraverso le vie contorte della speculazione finanziaria, avrebbe consentito di usufruire nel lungo periodo di rendimenti migliori (ma anche peggiori, a seconda della congiuntura internazionale).

Secondo uno studio del Sole 24 ore e Consultique (una società di consulenza finanziaria indipendente) citato in un articolo di Marco lo Conte pubblicato sul Sole 24 ore il 24 febbraio 2017, dal 2005 al 2017 quasi l’80 per cento dei lavoratori dipendenti ha detto no all’opzione fondi pensione, tenendosi stretto il vecchio, caro Tfr. Eppure i rendimenti dei fondi pensione, e in particolare quelli di alcuni fondi di categoria, hanno mostrato una capacità di rivalutazione pari in media al 44 per cento in più del Tfr. “Il vantaggio – scrive lo Conte – resta comunque intorno al 25 per cento anche se si sottrae dal capitale investito la quota di contribuzione volontaria e datoriale (rispettivamente 1 per cento), tipica dei fondi negoziali e deducibile fiscalmente (…), e nonostante non siano mancate in questi anni le crisi finanziarie: il crack Lehman del 2008 e la crisi del debito italiano, culminato nell’autunno del 2011, su cui i fondi pensione sono molto esposti (tuttora circa un quarto del portafoglio). Da registrare che su 54 comparti dei fondi negoziali attivi il primo gennaio 2007 solo 6 mostrano rendimenti inferiori a quelli del Tfr; tra i fondi aperti oltre i due terzi battono il Tfr”.

Da considerare anche che in questi anni coloro che hanno scelto l’opzione finanziaria hanno potuto attingere ai fondi per far fronte alle loro necessità, che vanno dalle spese sanitarie alla casa e ad “altre esigenze”. Dopo 8 anni di iscrizione, infatti, è possibile chiedere anticipazioni del fondo. “Ma – si chiede lo Conte – se razionalmente l’adesione ai fondi pensione è così conveniente, perché ancora oggi solo una minoranza vi aderisce”? Le ragioni sono molteplici e costituiscono oggetto di studi, da parte non solo di politici ed esperti di previdenza ma anche di psicologi. “La finanza comportamentale – conclude lo Conte – spiega quanto sia difficile costruirsi un piano di lunghissimo termine senza soluzioni semi-obbligatorie o ‘spinte’ del sistema. La volontarietà lascia soli i lavoratori, liberi più spesso di sbagliare che di fare il proprio interesse (…). Un ampliamento agli investimenti nell’economia reale del proprio contesto economico, può risultare un buon volano anche per le adesioni (…), purché siano scelti senza mai dimenticare la finalità prima dei fondi pensione: la tutela dei propri aderenti”.