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Pensioni dunque. Ovunque in Europa ci troviamo di fronte a un aumento esponenziale dell’aspettativa di vita e a una contrazione del tasso di fertilità, fenomeni che l’allargamento dell’Unione europea a Est (dove il tasso di fertilità è pari a 1,2) non ha contrastato e che la nuova immigrazione ha solo parzialmente compensato (ce ne siamo già occupati in questa rubrica). Dunque, non si tratta solo di ritardare l’età del pensionamento, scelta che comporta problemi di non poco conto, ma anche di affrontare i problemi posti dal peggioramento del “tasso di dipendenza”, ovvero il rapporto tra la quota di popolazione pensionata o ultrasessantacinquenne e la quota di popolazione in età lavorativa.

Che fare dunque? Gli studiosi si affannano a cercare soluzioni innovative e creative. Ad esempio nel libro Children and Pensions (Ces Ifo Book Series, settembre 2007) Alessandro Cigno, professore di Economia all’Università di Firenze, e Martin Werding, capo Dipartimento di Politica Sociale e Mercato del lavoro all’Ifo Institute for Economic Research di Monaco, propongono di affrontare il declino della fertilità e della produttività collegando la pensione dei genitori al numero dei figli, oppure ipotizzando che siano i figli a finanziare in parte o interamente la pensione dei loro genitori. Secondo James Vaupel, demografo della Duke University di Durham, Nord Carolina, occorrerebbe rivoluzionare il mix di istruzione, lavoro ed educazione dei figli che governa la nostra vita. “Piuttosto che destinare i primi due decenni esclusivamente all’istruzione, i successivi 3-4 decenni alla carriera e all’educazione dei figli e solo gli ultimi al tempo libero – osserva il demografo in un articolo pubblicato da Repubblica l’11 marzo 2015 – si potrebbe, ad esempio, consentire alle persone di lavorare meno ore al giorno, in cambio di una permanenza più lunga sul mercato del lavoro e più tempo libero, ‘spalmato’ sugli anni migliori”. Un altro studioso, il saggista e scrittore tedesco Stefan Klein, propone di iniziare a lavorare molto più tardi, a 35 o anche a 40 anni, dato che oggi si può essere produttivi anche oltre i 60 anni, e di dedicare gli anni della giovinezza alla cura dei figli (Stefan Klein, Il tempo. La sostanza di cui è fatta la vita. Istruzioni per l’uso, Bollati Boringhieri, 2015). In Giappone il ministro dello Sviluppo economico, Toshimitsu Motegi, ha di recente affermato che il concetto di pensione ha fatto il suo tempo e che si cercherà di far lavorare le persone finché ce la fanno, indipendentemente dall’età.

In ogni caso, sin dalla fine degli anni novanta, l’aumento dei livelli di occupazione e il prolungamento della vita lavorativa sono importanti obiettivi delle politiche europee e nazionali per ridare stabilità ai sistemi pensionistici. I loro primi effetti palesi sono stati l’aggancio dell’età pensionabile alle aspettative di vita e il suo innalzamento, che quasi ovunque ha raggiunto e superato la soglia dei 65 anni, l’aumento dei contributi attraverso la revisione periodica dei coefficienti di trasformazione (ogni tre anni in Italia, dove è in via di completamento il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo) e le misure di flessibilità in uscita dal mercato del lavoro. Ma tutto ciò non appare sufficiente. Ad esempio la strategia Europa 2020 (Commissione europea, Europa 2020) si propone di aumentare al 75%, entro quell’anno, il tasso di occupazione della popolazione in età compresa tra 20 e 64 anni, e di aumentare contemporaneamente l’età media di uscita dal mercato del lavoro. Questo aspetto riguarda in particolar modo l’Italia, dove nel 2013 le persone in cerca di lavoro con almeno 50 anni di età sono aumentate del 17,2 per cento rispetto all’anno precedente e del 147,0 per cento rispetto al 2008. “L’espulsione dei lavoratori più adulti dal sistema produttivo – si legge nel Rapporto Istat 2014 Il mercato del lavoro negli anni della crisi. Dinamiche e divari – diviene più problematica all’interno del quadro delineato dalle recenti riforme previdenziali. La perdita dell’impiego e l’impossibilità di andare in pensione per l’innalzamento dell’età di quiescenza potrebbero creare una situazione critica per questi individui, troppo giovani per la pensione e troppo anziani per trovare con facilità un lavoro adeguato”.

In Italia si dibatte da tempo sulla necessità di alleggerire gli oneri della previdenza pubblica dai costi dell’assistenza e di trovare altre strade, oltre all’innalzamento dell’età pensionistica e agli altri rimedi prima elencati, per evitare l’insolvibilità del sistema pubblico. Tra questi, ad esempio, una lotta molto più efficace contro l’evasione contributiva, il taglio delle cosiddette pensioni d’oro, una rimodulazione in senso progressivo della fiscalità generale. Nel nostro paese vivono oggi 17 milioni di persone con più di 60 anni e solo 11 milioni e mezzo con meno di 20 anni. Dunque, i contributi necessari a pagare le pensioni future saranno sempre meno garantiti dal ricambio generazionale, a meno che non siano gli immigrati a coprire questa necessità. “Questa è la situazione – osserva Sergio Sorgi, vicepresidente di Progetica, sul Corriere Economia di lunedì 9 febbraio 2015 –, che parte già oggi da un forte deficit Inps ripianato ogni anno dalla fiscalità generale. Si possono posticipare le decisioni, confermando riforme precedenti che hanno creato forti situazioni di disagio, oppure affrontare il problema, ammettendo che il sistema pensionistico nato alla fine del XX secolo non regge al lavoro flessibile, all’invecchiamento, alla scarsa partecipazione al lavoro di donne e ‘giovani anziani’. Nasce però spontanea una domanda: in una popolazione anziana, con un grande numero di elettori pensionandi, ci sarà il coraggio di realizzare un nuovo patto generazionale, realizzando un sistema socialmente equo per i giovani di oggi (e futuri pensionati)?”