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Purtroppo la recente campagna elettorale appena conclusa (in teoria), troppo presa da slogan altisonanti e promesse irrealizzabili, ha del tutto trascurato alcune questioni fondamentali, come ad esempio le pensioni, tema che varrà la pena affrontare anche in questa sede. Ma la questione delle questioni, quella che riguarda il futuro di noi tutti, è addirittura scomparsa dall’agenda politica, tanto per dire quanto siano lungimiranti i nostri eletti in un paese che peraltro vive nell’emergenza un giorno sì e un giorno no: parliamo ovviamente della questione ambientale.

L’Italia è il paese del dissesto idrogeologico e dei terremoti, che colpiscono a cadenza regolare un territorio saccheggiato abbondantemente negli ultimi 50 anni a seguito di una dissennata urbanizzazione, della distruzione delle coste e di un mancato intervento mirato alla difesa del suolo e alla prevenzione. Ma su questo sono già stati sprecati fiumi di inchiostro, anche se non in misura sufficiente a promuovere misure concrete. L’emergenza su cui appare difficile prendere coscienza allargando un po’ i nostri orizzonti è quella climatica. Se ne parla da tanto ma ancora non è al centro dell’attenzione pubblica come dovrebbe. Nel 1992 fu adottata una Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) in occasione del vertice sulla Terra di Rio de Janeiro. Finora la Convenzione, che consente ai paesi di collaborare al fine di limitare l’aumento della temperatura globale e i cambiamenti climatici, è stata ratificata da 195 paesi. Nel 1997 i paesi sviluppati, tra cui i 28 Stati membri dell’Ue ma non gli Stati Uniti e il Canada (Giappone, Russia e Nuova Zelanda hanno adottato clausole non vincolanti), approvarono il cosiddetto protocollo di Kyoto, in base al quale i paesi firmatari si sarebbero impegnati a ridurre le emissioni di CO2 entro il 2020. Una clausola nota come l’emendamento di Doha ha fissato poi nel 18 per cento le emissioni da ridurre rispetto ai livelli del 1990. Infine, nel dicembre 2015, è stato firmato a Parigi un nuovo accordo sul clima finalizzato a ridurre di 2 gradi il riscaldamento globale a partire dal 2020, senza però fissare alcun calendario che porti alla progressiva sostituzione delle fonti energetiche fossili, considerate le principali responsabili del riscaldamento globale.

Come sappiamo, nel 2017 il neo eletto presidente americano Donald Trump ha cancellato qualsiasi impegno degli Stati Uniti sul fronte ambientale, disconoscendo l’accordo di Parigi e rilanciando l’industria degli idrocarburi che lo aveva sostenuto in campagna elettorale. Il che vanifica di fatto lo sforzo degli altri paesi, dato che gli Stati Uniti sono il secondo paese al mondo per emissione di gas serra e dato che di terra ce n’è sempre una sola. Ma il problema non si limita a Trump. India e Cina, che pure hanno aderito all’accordo di Parigi e hanno ribadito il loro impegno dopo la presa di distanza del presidente americano, difficilmente saranno in grado di rispettare gli obiettivi prefissati, considerato che i loro tassi di crescita proseguono al ritmo del 6-7 per cento all’anno. Il che significa che i consumi dei due paesi più popolosi del mondo continuano a crescere, e con essi i livelli di inquinamento dovuti a una produzione industriale che, fino a prova contraria, utilizza ancora le fonti di energia tradizionali.

Che fare dunque? Conoscendo la natura dell’uomo e la storia delle civiltà umane scomparse per ragioni prevalentemente ambientali, e sapendo che comunque le fonti di energia derivate dagli idrocarburi sono destinate prima o poi ad esaurirsi, c’è solo da affidarsi a madre natura e alle fonti di energia rinnovabili, a cominciare da quella solare e fotovoltaica, quella atomica rivisitata, quella idroelettrica e quella eolica (nel 2016 quest’ultima ha inciso per meno del 6% sui consumi di energia elettrica in Italia, dopo l’idroelettrico col 14% e il fotovoltaico con il 7,3). Occorre però che, insieme alle strategie di politica energetica dei governi, alle politiche industriali basate su fonti alternative e agli investimenti nella ricerca, inizino a modificarsi anche le nostre abitudini. Ad esempio dovremmo ridurre l’uso privato dell’automobile (che è ancora uno status symbol) e utilizzare di più i trasporti pubblici, ridurre il consumo domestico di gasolio da riscaldamento in inverno e quello dell’aria condizionata in estate, abituarci a fare una raccolta differenziata come si deve. E così via. Queste però restano tutte buone intenzioni, se non trovano riscontro in un interesse concreto e in un cambiamento del modello di vita. Perché neppure l’aria irrespirabile, le malattie respiratorie, l’aumento del livello degli oceani, il clima impazzito e l’avvelenamento dei cibi riusciranno a modificare i nostri comportamenti senza che ci sia un tornaconto, che potrebbe coincidere con la nostra stessa sopravvivenza. E senza un’educazione ambientale che inizi dalle suole primarie.