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I cambianti sociali. Nel 1974 fu pubblicato un fondamentale Saggio sulle classi sociali scritto dall’economista Paolo Sylos Labini. Il libro servì a illuminare addetti ai lavori, politici, osservatori e opinione pubblica sui cambiamenti che stavano modificando alla radice la società italiana. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, ma alcune indicazioni di quel saggio restano maledettamente attuali: la prima è che la realtà cambia a velocità vertiginosa, e che noi spesso continuiamo ad applicare categorie di analisi e di pensiero obsolete; la seconda è che alcune tendenze che allora stavano iniziando a prendere forma si sono consolidate nel tempo, tra cui in primo luogo la perdita di centralità della classe operaia e la perdita di status (oltreché di reddito) del ceto medio impiegatizio, specie quello pubblico. Inoltre Sylos Labini aveva già allora lanciato l’allarme su alcuni fenomeni di lunga durata che hanno continuato a prosperare indisturbati, come il crescente gap tra sud e nord d’Italia, la crescente forbice tra ricchi e poveri, l’immobilità dell’“ascensore sociale”, il dilagare della corruzione (http://soggettogiuridico.it/2017/11/23/la-bustarella/), l’analfabetismo (di questi ultimi tre aspetti abbiamo già trattato in questo spazio). In un quadro di per sé poco edificante si sono innestati alcuni fenomeni più recenti – di cui pure abbiamo parlato – come la crisi economica, la precarizzazione del mercato del lavoro, l’immigrazione e l’espandersi del popolo delle partite Iva. Tutti fenomeni di cui bisogna tenere conto, anche per comprendere il successo dei nuovi partiti o movimenti politici – che si rivolgono di preferenza a nuovi soggetti sociali come appunto i lavoratori autonomi e quelli precari – e il concomitante declino di altri partiti, tra cui in primo luogo quelli che facevano riferimento alle classe operaia e al ceto medio “illuminato”, oggi in forte crisi di identità.

Qui vale la pena soffermarsi su alcuni aspetti legati al tramonto delle grandi aggregazioni operaie e allo sviluppo di nuove figure sociali, con tutte le implicazioni del caso. Nel corso degli anni 80 e 90 è proseguito il processo di deindustrializzazione e terziarizzazione dell’apparato economico, che ha avuto come effetto tra l’altro la perdita dei tradizionali punti di riferimento politici e ideologici. Già all’inizio degli anni 90 studiosi come Ilvo Diamanti avevano puntato l’attenzione sui nuovi orientamenti politici di ciò che restava della classe operaia, con il passaggio di intere fasce di elettorato dai tradizionali partiti di sinistra alla Lega Nord, e in misura inferiore a Forza Italia (e dai sindacati tradizionali al sindacato padano). Un passaggio ancor più accentuato nelle aree dove si stava radicando la piccola industria altamente produttiva, come il Veneto e la Lombardia, dove peraltro il tasso di scolarizzazione era sempre stato basso ed erano forti, al contrario, l’identità territoriale e la volontà di difendere i privilegi acquisiti. Al sud, dove la grande industria non era mai stata centrale, la fine dei grandi partiti e in particolare della Democrazia Cristiana dopo la caduta del Muro e Tangentopoli – insieme al tramonto delle grandi industrie di Stato e delle grandi concentrazioni operaie – hanno provocato un vero e proprio terremoto politico, con il voto che in un primo momento si è concentrato massicciamente su Forza Italia, per poi disperdersi in mille rivoli prima di trovare una nuova confluenza nel Movimento 5 stelle.

Oggi la geografia politica appare sotto un aspetto del tutto nuovo, con il voto che sembra ormai affrancato da ogni appartenenza ideologica. Ma gli effetti di questo sommovimento, ovviamente, non riguardano solo gli assetti politici. Per ora si possono solo individuare alcune tendenze di fondo che, forse, nei prossimi anni, assumeranno una direzione più chiara. Gli “interessi”, cioè le motivazioni che spingono le persone a cercare una rappresentanza politica, sindacale, giuridica, sociale o di qualsiasi altro tipo, appaiono sempre più individualizzati e volatili, dipendenti cioè dalle vicende e dalle condizioni esistenziali di ognuno. L’entrata in campo dei social media ha dato voce a intere moltitudini di persone, che spesso confondono la libertà di espressione (e di ingiuria) con la capacità di incidere sulle decisioni politiche e sulla vita di tutti. La scuola sta perdendo centralità, e con essa la cultura e la sua capacità di orientare verso traguardi più alti il pensiero collettivo e individuale. La politica sembra avere perso ogni motivazione ideale, limitandosi a tradurre in programmi (spesso irrealizzabili) le spinte provenienti dal basso, in alcuni casi senza alcuna mediazione e spesso in forme puramente istintive. Quindi sta perdendo anch’essa la capacità di orientare il pensiero e le pulsioni delle persone e dei gruppi. Corollario di tutto ciò, da una parte, la perdita di prestigio delle istituzioni e il prevalere di un linguaggio volgare e privo di inibizioni. Dall’altra la perdita di ruolo dei corpi intermedi, sindacati, parrocchie, sezioni di partito, tutto ciò che una volta faceva da camera di compensazione e da filtro alle istanze provenienti dal basso. Per fortuna sopravvivono alcuni anticorpi che finora sono serviti a conservare un minimo di tessuto sociale: la forza dell’associazionismo in primo luogo, la volontà di impegnarsi in alcune cause dalla forte motivazione morale, come il volontariato, la difesa dell’ambiente, le nuove forme di partecipazione dal basso che si aggregano a un livello diverso da quello tradizionale, come può essere il quartiere, la municipalità, lo sport, persino la famiglia o gruppi di famiglie (che ad esempio si associano nei gruppi di acquisto solidale). Prima di parlare di nuovo risorgimento, però, deve ancora succedere molto altro, in sintesi potremmo semplicemente dire che deve passare ancora molta nuova acqua sotto i vecchi ponti.