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Nel romanzo degli sposi promessi, don Abbondio diceva di loro:

«Di costoro non possiamo dare né il cognome, né il nome, né un titolo, neanche una congettura sopra niente di tutto ciò […] coloro che noi, grazie a quella benedetta, per non dir altro, saremo costretti a chiamare gli innominati.»

Nel racconto, l’Innominato è un personaggio immaginario.È una delle figure psicologicamente più complesse, malvagia. E’ il potente signore a cui don Rodrigo si rivolge per attuare il piano di rapire Lucia.

Prima di consegnare la Campanella, Gentiloni preoccupato dalle scadenze, ha decretato le nomine dei 48 neo-eroi del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. La domanda è:”era proprio necessaria l’infornata di nomine al Cnel con relative indennità? E soprattutto se fatta da un governo in carica solo per il disbrigo degli affari correnti”.

Certo, possono anche dire che i No al referendum hanno bocciato la cancellazione costituzionale del Cnel, e quindi di cosa si lamentano i negazionisti? Se il referendum fosse stato solo sull’abolizione del Cnel, i Sì avrebbero sforato il 100%. Ma la verità è che se se si voleva effettivamente demolire “Villa Lubin” (sede storica del CNEL) era sufficiente una legge ordinaria, fatta passare a colpi di fiducia! Segno distintivo dei governi della XVII legislatura.

La raccomandazione vale per il nuovo Parlamento e per l’esecutivo che verrà.

Una classe politica con un minimo di rispetto di sé e soprattutto degli italiani, non sarebbe caduta così in basso. Purtroppo il problema primario del Bel Paese è che non esiste una classe politica.

Che poi si tratta di piccoli gesti, di entità economica risibile, fatta passare come un atto dovuto in scadenza di legge, è ancora più irritante. I simboli non fanno mercato e le ultime elezioni ne sono una testimonianza inconfutabile.

Siamo dinanzi ad una decisione di basso profilo.

Comunque a leggere meglio, nel tran-tran del governo che ha visto in quello delle nomine un suo rito imprescindibile, dopo anni di frenesia super-attivistica, di crono-riformismo, stordito da mille annunci e poche realizzazioni, traspare un minimalismo inconsapevole dei rischi che si corrono.

Il disbrigo burocratico di una scadenza da rispettare è un conto, perché il Cnel, finché esiste, dovrebbe funzionare con nomine trasparenti e senza nomi che sbucano dal “cilindro”. Un altro conto invece è infiocchettarlo con il ripristino delle indennità a dirigenti e consiglieri innominati. Tutto questo come se nulla fosse accaduto nella notte tra il 4 e 5 marzo.

Ancora una volta sembra trasparire la logica secondo la quale il governo scaduto debba rispettare un protocollo che nessuno ha scritto per assicurare qualche posto in un organismo da tutti liquidato, come gravato dal peso dell’inutilità.

Tra l’altro proprio la scarsa attenzione a queste scelte simboliche fatte con atti politici, può spingere chi osserva a riflettere sul dispregio delle istituzioni “provvisorie” nei confronti di un Paese il cui elettorato ha dato segnali di profondi cambiamenti, bocciando la presunzione di quanti hanno contribuito con l’arroganza a dare spallate per far crollare quel “pagliaio” che ora rischia addirittura di prendere fuoco.

Il CNEL si dovrebbe abolire, non per i buoni propositi per cui fu pensato in un Paese fortemente colpito dalle epoche belliche, ma per il modo in cui ha contribuito a falsare il concetto della rappresentatività e della contrattazione, facendo pagare un prezzo incalcolabile a tutto il mondo del lavoro.