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Dell’argomento si sono occupati in tempi non sospetti il povero Tullio De Mauro (Analfabeti d’Italia, http://www.internazionale.it 13 aprile 2008) e il povero Mimmo Càndito (Il 70 per cento degli italiani è analfabeta. Legge, guarda, ascolta ma non capisce, http://www.lastampa.it 10 gennaio 2017). “Non è affatto un titolo sparato, per impressionare – scriveva quest’ultimo –; anzi, è un titolo riduttivo rispetto alla realtà, che avvicina la cifra autentica all’80 per cento. Questo vuol dire che tra la gente che abbiamo attorno a noi, al caffè, negli uffici, nella metropolitana, nel bar, nel negozio sotto casa, abbiamo un analfabeta funzionale su ogni 4”. Percentuali che non hanno paragone in nessun altro paese occidentale.

Secondo una ricerca condotta dall’Unesco nel periodo 1994-2008, l’Italia figurava al primo posto tra i paesi con la più alta percentuale di analfabeti funzionali (47 per cento) nella fascia di età 16-65. Seguivano Messico con 43,2, Irlanda con 22,6, Regno Unito con 21,8, e poi a scendere Stati Uniti, Belgio, Nuova Zelanda, Australia, Svizzera, Canada, Germania, Paesi Bassi, Finlandia, Danimarca, Norvegia e Svezia (7,5). Secondo dati Ocse più aggiornati, relativi al 2016, l’analfabetismo funzionale riguarderebbe oggi il 27,9% degli italiani tra i 16 e i 65 anni (i dati sono riportati anche su l’Espresso dello scorso 21 marzo), ossia poco più di uno su quattro. Analfabeti funzionali, secondo la definizione che ne dà Wikipedia, significa questo: “incapacità di comprendere adeguatamente testi o materiali informativi pensati per essere compresi dalla persona comune: articoli di giornale, contratti legalmente vincolanti, regolamenti, bollette, corrispondenza bancaria, orari di mezzi pubblici, cartine stradali, dizionari, enciclopedie, foglietti illustrativi di farmaci, istruzioni di apparecchiature; scarsa abilità nell’eseguire semplici calcoli matematici, ad esempio riguardanti la contabilità personale o il tasso di sconto su un bene in vendita; scarse competenze nell’utilizzo degli strumenti informatici (sistemi operativi, uso della rete, software di videoscrittura, fogli di calcolo, ecc.); conoscenza dei fenomeni scientifici, politici, storici, sociali ed economici molto superficiale e legata prevalentemente alle esperienze personali o a quelle delle persone vicine; tendenza a generalizzare a partire da singoli episodi non rappresentativi; largo uso di stereotipi e pregiudizi; scarso senso critico, tendenza a credere ciecamente a tutto ciò che si legge o si sente, incapacità a distinguere le notizie vere da quelle false e a distinguere le fonti attendibili da quelle che non lo sono”. “Pertanto – conclude Wikipedia – l’analfabeta funzionale è spesso sostenitore di teorie complottiste e/o pseudoscientifiche”.

E qui ci si può sbizzarrire nelle interpretazioni più maliziose, a partire dalla diffusione delle fake news per finire al successo di campagne antiscientifiche tipo no vax e alla crescente diffusione di convinzioni legate alla magia e all’esoterismo anche nel campo della salute. Il tutto assecondato e amplificato dai social media, che – senza pretesa di generalizzare, ovviamente – sembrano nati apposta per dare voce all’analfabeta funzionale. Ma non solo: basta soffermarsi anche un attimo su programmi televisivi come L’isola dei famosi, o L’eredità, per avere un’idea dei livelli abissali di ignoranza di cui stiamo parlando. Gente che non sa qual è la capitale della Francia, che non ha mai letto un libro o un giornale in vita sua. Qualche giorno fa un partecipante all’ultima edizione dell’Isola dei famosi non sapeva in quale continente collocare il Messico e in quale paese si svolgeva il programma-trash di cui era protagonista (chiamava “Duras” l’Honduras). Teniamo presente che molti formano le proprie conoscenze e la propria visione del mondo su canali televisivi che propinano 24 ore su 24 programmi come questi e altri ancora più dannosi, ivi compresi quelli di “informazione”.

Alcuni potrebbero ragionevolmente sostenere che il livello di ignoranza di un paese è degnamente rappresentato dalla classe politica che lo governa. Il che è tanto più grave se si pensa che alcuni leader politici – la cosa non riguarda solo l’Italia ma, ad esempio, gli Stati Uniti – vantano l’ignoranza come valore e motivo di orgoglio, ne danno continue dimostrazioni e addirittura la usano come arma politica (pensiamo a un personaggio come Razzi, ma l’intera parabola di Berlusconi si può vedere sotto questa luce). Se però vogliamo limitarci al terreno scientifico, è importante sapere che gli analfabeti funzionali creano danno soprattutto a se stessi. Sono loro infatti a risultare più soggetti a emarginazione, a rischi per la salute, a varie forme di stress, e soprattutto a bassi guadagni. L’Human Development Report del 2009 utilizza l’analfabetismo per calcolare l’indice di povertà nei paesi sviluppati. Infine la correlazione tra crimine e analfabetismo funzionale è nota ai criminologi e ai sociologi di tutto il mondo. “Nei primi anni 2000 – si legge ancora su Wikipedia – è stato stimato che il 60 per cento degli adulti nelle carceri federali e statali degli Stati Uniti fosse funzionalmente o marginalmente analfabeta, e che l’85 per cento dei delinquenti minorenni avesse problemi riguardanti la lettura, la scrittura e la matematica di base”.