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Siccome siamo circondati da una serie di luoghi comuni su tutto, compreso un concetto molto serio come l’Europa (e il sogno europeo), sarà bene andare direttamente alle radici della questione. L’idea di Europa come entità sovranazionale nasce nel 1957 con il trattato di Roma che istituisce la Comunità economica europea, o mercato comune, ad opera di sei paesi fondatori, tra cui l’Italia. Alla base di quel trattato ci sono motivazioni economiche, basate soprattutto sui reciproci vantaggi derivanti dall’abolizione delle barriere doganali, ma anche la volontà di superare i conflitti tra Stati che avevano dato origine alle due guerre mondiali. In altre parole le motivazioni di tipo ideale hanno ispirato la formazione dell’Unione europea almeno tanto quanto quelle economiche.

Per quanto riguarda l’Europa come baluardo contro le guerre i risultati sono sotto gli occhi di tutti. L’idea di una casa comune è servita egregiamente ad allontanare ogni volontà di primato, di prevaricazione e di risoluzione dei conflitti attraverso l’uso della forza. Risultato mica da poco, se si considera che l’Europa sta vivendo senza guerra il periodo forse più lungo della sua storia, e che la generazione nata prima del 1945 è ormai prossima alla scomparsa. Il che non è esente da rischi, dato che la testimonianza di chi ha vissuto in prima persona gli orrori della guerra vale sempre da monito per le generazioni successive.

Sulla spinta invece delle motivazioni economiche, dal trattato di Roma in poi vi è stato un continuo sforzo per avvicinare le economie dei paesi europei attraverso la specializzazione, l’unificazione delle normative, la convergenza delle politiche, lo sforzo per colmare i ritardi di alcune aree o regioni, e soprattutto la costruzione delle basi per giungere alla moneta unica. Con molto minore successo si è cercato invece di procedere verso l’unificazione dei sistemi fiscali e politici e la condivisione di alcune idee o risorse fondamentali, come la difesa comune, l’interventismo allo scopo di moderare i conflitti internazionali, lo sforzo per eliminare il dumping salariale e unificare i sistemi di relazioni industriali, e così via. Il tutto avrebbe potuto essere fatto in nome di alcuni valori di fondo condivisi o condivisibili, come la tolleranza, l’accoglienza, la lotta contro ogni discriminazione e naturalmente la democrazia (lasciamo da parte l’annosa e irrisolta questione delle origini cristiane). Ma il processo avrebbe richiesto anche la progressiva cessione della sovranità nazionale, ed è qui forse che l’idea di Europa ha dimostrato i suoi limiti maggiori.

Fino a una decina d’anni era difficile immaginare che si sarebbe giunti a un rallentamento, se non alla vera e propria impasse a cui assistiamo oggi, del processo di integrazione europea. Superato lo shock della moneta unica, si pensava che sarebbe stata solo questione di tempo o di compensazioni individuare una soluzione per comporre le tensioni esplose negli anni precedenti, ad esempio quelle legate alle quote latte che hanno sempre scontentato i nostri allevatori, o all’adozione di misure di difficile comprensione, come la standardizzazione delle etichettature e di certe modalità di produzione (mettendo a rischio alcune specialità artigianali come il formaggio di fossa). In realtà i vantaggi dell’appartenenza all’Unione europea erano sempre stati superiori ai pretesi svantaggi, non fosse altro per la disponibilità dei fondi strutturali che – se ben spesi – avrebbero consentito alle nostre aree in ritardo di sviluppo di colmare il divario. Ma pensiamo a quanto abbiano contribuito alla diffusione dell’idea di casa comune programmi come Erasmus e Leonardo. O alle potenzialità di progetti di ampio respiro come le grandi reti infrastrutturali.

In questo scenario ottimistico sono intervenute due inattese variabili: l’esplosione della crisi economica nel 2008 e l’esplosione dei grandi conflitti internazionali. Il tutto, nello scenario della globalizzazione, non ha fatto che accelerare i grandi movimenti migratori dovuti a ragioni economiche. Incapace di dare una risposta comune a causa della debolezza delle sue istituzioni, l’Europa ha vacillato di fronte a queste sfide. Ha lasciato ogni paese libero di adottare la politica economica che più gli conviene, dando spazio alle delocalizzazioni (anche al suo interno) invece di favorire concentrazioni in grado di competere sul mercato globale. Invece di sviluppare una politica comune su conflitti sanguinosi come quelli siriano e libico, ha lasciato ogni paese libero di perseguire i propri obiettivi e i propri interessi. Invece di individuare una politica comune sull’immigrazione, ha dato libero sfogo agli egoismi nazionali. Invece di aiutare i paesi in difficoltà, ha consentito a quelli più forti e alle loro banche di imporre misure draconiane che hanno impoverito ulteriormente la popolazione. Infine non ha cercato di prevenire e contrastare in modo efficace le politiche nazionaliste e xenofobe di alcuni governi, specie quelli dell’est accolti troppo frettolosamente e incondizionatamente nel consesso europeo. Così i “sovranisti” vecchi e nuovi, presenti in ogni paese, hanno trovato coraggio e oggi festeggiano i loro crescenti successi elettorali. Ma i loro successi – teniamolo ben presente – rischiano di riportare dannatamente indietro le lancette della storia.