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Digital divide, et impera. Dato che il latino è tornato di moda, sembra appropriato unire un po’ di latinorum all’inglese imperante. Qui, in ogni caso, si intende trattare il divario tra chi ha accesso alle tecnologie dell’informazione e chi ne è escluso, in modo parziale o totale. Oggi restare esclusi significa ampliare le differenze di opportunità e i motivi alla base dell’esclusione, che comprendono diverse variabili: condizioni economiche, livello di istruzione, qualità delle infrastrutture, differenze di età o di sesso, appartenenza a diversi gruppi etnici, provenienza geografica. Per questo non si è lontani dal vero quando si afferma che il divario è fonte di disuguaglianza e di abuso di potere.

Il ragionamento andrebbe portato su due piani. Uno riguarda le tecnologie stesse. È vero che Internet e l’uso dei personal computer hanno esteso enormemente l’accesso alle informazioni e la partecipazione. Ma i media digitali, invece di proporsi come uno dei tanti strumenti attraverso i quali passa la conoscenza, tendono a prendere il sopravvento attraverso un linguaggio di per sé deresponsabilizzante, frettoloso e superficiale, trascinando dietro di sé gli altri media e minacciando la crescita culturale della popolazione. Abbiamo già affrontato questo argomento, che sta diventando sempre più pressante. Gli stessi dirigenti delle grandi corporation digitali – Google, Facebook, Amazon – si stanno rendendo conto che occorre intervenire per filtrare la massa di informazioni che passano attraverso i social media e porre un freno al dilagare delle fake news, degli insulti via web e della spazzatura digitale.

Un corollario a questo fenomeno che rischia di diventare incontrollato senza un intervento dei gestori e dei responsabili dei social media, è l’uso politico di questi ultimi. Ne abbiamo avuto riprova con il fenomeno degli hackers che hanno influenzato l’esito delle elezioni americane e che probabilmente stanno condizionando quelle italiane. Ne abbiamo una testimonianza diretta in questa campagna elettorale, dove una delle forze candidate a governare l’Italia stabilisce le proprie linee programmatiche, la selezione del personale politico e la consultazione degli elettori quasi esclusivamente attraverso l’uso dei social media. In questo modo non solo incarna tutti i difetti della comunicazione digitale appena descritti, ma non fa che escludere preventivamente una massa di persone che non utilizzano gli strumenti elettronici, leggono i giornali cartacei e guardano la televisione, e in ogni caso formano le proprie opinioni politiche attraverso canali più tradizionali.

E qui veniamo al secondo aspetto, che riguarda le grandi dinamiche globali – a iniziare dalle tendenze demografiche – e la composizione sociale della popolazione. Intanto il divario digitale scava un fossato crescente tra i paesi sviluppati e quelli meno sviluppati. Anche se molti disperati si imbarcano sui gommoni nel Mediterraneo attrezzati di smart phone, come sottolinea spesso la propaganda anti-immigrati, ciò non significa che abbiano accesso alle opportunità offerte dal mondo digitale, dalla green economy alla robotica alla computer grafica. Bene che vada, molti di loro finiscono ostaggi dei racket della raccolta del pomodoro, e nel peggiore dei casi finiscono nel racket della prostituzione (il mestiere più antico del mondo). “Il divario digitale – si legge su Wikipedia – può avere come effetto l’aumento delle diseguaglianze economiche già esistenti e incidere in modo drammatico sull’accesso all’informazione, innescando un circolo vizioso che porterebbe i paesi in via di sviluppo ad impoverirsi ulteriormente perché verrebbero esclusi dalle nuove forme di produzione di ricchezza, basate sui beni immateriali dell’informazione”.

Ma il discorso può riguardare anche i paesi occidentali, dove il divario digitale non sta affatto riducendo le disparità, anzi in qualche modo le asseconda e contribuisce alla loro estensione. Basti pensare a un fenomeno dirompente come l’invecchiamento della popolazione – a cui corrisponde un vistoso calo della natalità –, che sta producendo una serie di effetti collaterali sulla società, la politica e la cultura. Non è detto che i vecchi debbano restare esclusi da un mondo dominato dall’Information technology. Ma certo non passano il tempo che rimane a loro disposizione a smanettare sugli smart phone o a inseguire l’ultimo ritrovato della tecnologia digitale, precludendosi la possibilità di comunicare con gli altri secondo la loro visione del mondo. Il mondo della pubblicità se n’è accorto per primo. L’Europa sta mettendo in piedi una serie di iniziative per ridurre il digital divide e stimolare gli anziani all’uso dei personal computer. Ma i politici e il mondo dei social media devono inventarsi nuove regole per favorire l’inclusione e gestire in modo più equo l’impatto dell’Information technology sulla vita delle persone.