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C’è da scommettere che le prossime elezioni politiche (e parzialmente amministrative) vedranno il tasso di partecipazione più basso dal dopoguerra a oggi in Italia. Se pensiamo che nel 1948 andò a votare il 92,23 degli elettori, nel 1958 il 93,83 e che, dopo l’exploit del 1976 (93,39), è stato tutto un rotolare verso il basso fino al 72,25 del 2013, non è difficile immaginare un’ulteriore contrazione alla prossima tornata elettorale. Nulla di sconvolgente poi, se si considera che il tasso di partecipazione alle elezioni presidenziali in una delle democrazie più importanti del mondo, gli Stati Uniti, varia dal 50 al 60 per cento.

Il fatto che l’Italia si omologhi verso il basso anche con i tassi di partecipazione elettorale non fa che confermare una tendenza di lungo periodo alla progressiva americanizzazione. Cioè all’adozione del modello – tipicamente anglosassone – della delega a chi governa, e poi se ne riparla a fine mandato (o a metà mandato nel caso degli Stati Uniti). Modello che ha come corollario l’alternanza tra conservatori e progressisti, e difatti funziona meglio nei sistemi elettorali di tipo maggioritario.

Da noi sembra ormai tramontato il tempo in cui l’elettore affidava il suo voto al rappresentante in base a un rapporto personalizzato, cioè di conoscenza diretta del candidato, filtrato dagli organismi intermedi (cellule di partito, sindacati, Chiesa), politicizzato in base alla militanza e alla vita di sezione o di parrocchia, sottoposto alla verifica della politica locale. Modello che, a sua volta, aveva prosperato in Italia dal dopoguerra fino agli anni 90, quando il mondo era diviso in due blocchi e le ideologie la facevano da padrone. E che comunque non aveva garantito la governabilità, dando vita a maggioranze variabili, precarie e inclini al compromesso.

Cos’è successo dopo la caduta del muro e la discesa in campo di nuovi soggetti politici? Intanto, viene da pensare che siamo entrati nel pieno di un processo storico ineluttabile, che porta con sé un tasso endemico di disinteresse e sfiducia verso le istituzioni un po’ in tutte le democrazie occidentali. In secondo luogo, all’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso, si è compiuta una specie di mutazione genetica e antropologica, per cui un’intera generazione di politici selezionati dalle scuole di partito, e formatisi nel corso di lunghe esperienze di governo locale e nazionale, ha ceduto il passo a dilettanti, avventurieri e improvvisatori, che in molti casi non hanno altri obiettivi che la difesa di interessi particolari, una facile prospettiva di arricchimento, e male che vada la loro affermazione personale. In terzo luogo il rapporto diretto tra rappresentanti e rappresentati è stato liberato dai vincoli della militanza e della partecipazione popolare, affidandosi prevalentemente al messaggio delle televisioni prima e dei social media più tardi. A questo processo di secolarizzazione e volgarizzazione della politica hanno contribuito anche i partiti che si sono affacciati nel nuovo scenario promettendo l’impossibile e candidando personaggi improbabili, oltreché dal dilagare della corruzione e dalla perdita di valore e di rispetto del bene comune.

Esiste un rimedio a tutto ciò? La risposta in questo caso è affidata ai rappresentati piuttosto che ai rappresentanti. E dipende dalla misura in cui i primi decideranno di reagire al degradante spettacolo offerto dai secondi. In che modo? Innanzitutto andando a votare piuttosto che astenersi o annullare la scheda. In secondo luogo imparando a distinguere tra peggio e meno peggio, perché non c’è luogo comune più deleterio di quello che dice: uno vale l’altro, per me sono tutti uguali. La realtà di ogni giorno dimostra il contrario, anche se questa affermazione contiene una parte di verità. I vincoli di chi governa oggi sono imposti dall’appartenenza a organismi sovranazionali, oltreché dal buon senso e dall’opportunità. Per cui sarebbe bene diffidare di chi promette misure che poi non potrà sostenere e giudicare i politici non in base alle simpatie o antipatie personali ma in base alla coerenza, all’onestà e ai risultati concreti, che alcuni di loro possono vantare. Un dato inoppugnabile poi, anche se potrebbe sembrare di parte, è che le scelte moderate si sono sempre rivelate vincenti, indicando la strada del realismo e del pragmatismo attraverso una serie di pesi e contrappesi, compromessi non umilianti e una sostanziale attenzione al bene comune. Questo non è, ovviamente, un invito a votare i partiti moderati. È un invito a restare con i piedi per terra, chiedendo ai votanti di dare alla politica il giusto peso e alla politica di dare il meglio di sé per rappresentare l’interesse generale, smettendo di considerare gli elettori una massa di poveri sprovveduti.