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Il libro di Alessandro Barbero Lepanto, la battaglia dei tre imperi (Laterza, 2010), racconta come una delle più grandi battaglie di tutti i tempi, un vero e proprio scontro di civiltà destinato a cambiare la storia nei secoli successivi, sia stata condizionata da una serie infinita di fake news. Anche se l’autore non lo dice esplicitamente, tutta la descrizione dei prodromi di quella battaglia avvenuta nel 1571, e conclusasi con la vittoria della Lega cristiana contro la flotta turco-ottomana, si basa sul rimpallo di notizie false da Costantinopoli a Venezia, da Madrid a Roma. Beninteso. Non si trattava solo di fake news mirate ad amplificare la forza delle rispettive flotte per incutere terrore al nemico, ma anche di notizie che spesso non avevano più alcuna utilità quando giungevano a destinazione, dato che nel frattempo – impiegando mesi per attraversare il Mediterraneo, passando di bocca in bocca tra un porto e l’altro, amplificandosi e distorcendosi – la situazione era completamente cambiata. Tutto questo per dire che le fake news non sono certo una novità. Forse l’icona stessa delle fake news che cambiano la storia, senza risalire tanto indietro nei secoli, è il falso annuncio sull’esistenza di armi di distruzione di massa che ha dato inizio alla guerra in Iraq nel 2003. E i cui effetti sono ben noti.
La situazione, ovvio, è cambiata radicalmente con l’irruzione sulla scena di Internet e dei social network, che hanno dato inizio all’era delle informazioni e delle fake news in tempo reale. A questo riguardo vale la pena soffermarsi su alcuni aspetti che riguardano l’uso stesso del mezzo piuttosto che il contenuto delle notizie, vere e false che siano. In primo luogo appare evidente che una buona parte dei frequentatori dei social network amano rafforzare le proprie convinzioni piuttosto che informarsi ad ampio raggio, verificare le fonti e crearsi un’opinione autonoma basata su dati reali. Se la pensi in un certo modo, c’è poco da opporre fatti concreti. Nessuno ti farà mai cambiare un’idea che non ammette dubbi o ripensamenti.
In secondo luogo va chiamato in causa il linguaggio stesso dei social network. Come aveva ben compreso e spiegato Umberto Eco, l’utilizzo non ragionato, basato su impulsi e raptus, costretto entro spazi e tempi limitati (tipo l’esigenza di rispondere a un sms mentre si guida o mentre si attraversa la strada), tutto ciò induce a una fretta nemica della ragione e della ponderazione. A tutti sarà capitato di scrivere messaggi di cui ci si pente dopo pochi istanti e che vengono intesi in maniera diversa da quelle che erano le intenzioni. Ciò avviene anche perché il testo di un messaggio o di un’email risulta del tutto privo di sfumature, del significato delle posture del corpo e del tono delle parole usate quando si incontra un interlocutore in carne e ossa. A poco valgono le emoticon per attenuare un’affermazione o darle un’intonazione che accompagni la parola scritta o ne riscontri l’impatto, tipo il sorriso o la lacrima. Così tutta una serie di affermazioni fatte da personaggi più o meno importanti e che magari avevano altre finalità hanno finito per produrre effetti devastanti e totalmente inattesi. Il leghista che difende la razza bianca, Donald Trump che vorrebbe solo immigrati norvegesi e definisce “cessi” i paesi di emigrazione. E via di questo passo. Di casi come quelli citati ce n’è ormai uno al giorno. Per non parlare del cyberbullismo, che andrebbe studiato come fenomeno emblematico dell’uso distorto del linguaggio nei social network. Il bello è che, una volta individuati i responsabili, la reazione è quasi sempre la stessa: stupore. Si ricorderà il caso di una casalinga che mesi fa aveva attaccato con parole volgari su Facebook la presidente della Camera Laura Boldrini e che, una volta scoperta, era caduta dalle nuvole per il baccano provocato dalle sue improvvide frasi.
Purtroppo la risonanza di questo tipo di messaggi risulta amplificata anche dai media tradizionali, costretti a rincorrere i social network sul loro stesso terreno. La radio e la televisione, ma anche i giornali cartacei, ce ne offrono ampie testimonianze ogni giorno. Per questo occorre insistere sulla qualità del linguaggio e sulla credibilità delle fonti. Solo su queste basi sarà possibile ridare autorevolezza alle opinioni e rendere le persone capaci di distinguere la verità e l’attendibilità delle informazioni dalle fake news. Anche per evitare un rischio concreto: che le sorti dell’umanità siano affidate a un tweet che annuncia un attacco nucleare lanciato da Donald Trump o da Kim Jong-un.