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La scuola: tutti i tentativi che, da cinquant’anni a questa parte, sono stati fatti per riformarla segnalano una difficoltà di fondo: quella di gestire la transizione dal vecchio modello di stampo ottocentesco – che si fondava su selezione, premi e castighi, differenza tra insegnamento classico, destinato alle élite, scientifico, per le professioni più qualificate, e tecnico per la manovalanza – verso un modello più consono ai tempi, meno selettivo, ma anche in grado di rispondere ai nuovi bisogni del mercato del lavoro. In questo passaggio alcune misure hanno avuto effetti discutibili, ad esempio l’abbandono dello studio del greco e del latino, la scomparsa del docente unico alle elementari e l’abolizione degli esami di riparazione. Per non parlare dell’introduzione dei corsi universitari triennali e della specializzazione, che hanno finito per indebolire il valore della laurea (sia triennale sia quadri-quinquennale). Altri, ad esempio l’abbandono della geografia e il declassamento della storia, hanno avuto effetti perversi. Forse sta in queste scelte, oltre che nel progressivo decadimento della formazione dei docenti, l’inizio del declino del sistema educativo in Italia, che una volta era a buon diritto la culla della civiltà mentre oggi è relegata in coda alle classifiche internazionali sulla qualità dell’insegnamento (escluse poche “eccellenze”). Un declino che si accompagna a fenomeni come la parcellizzazione delle conoscenze (secondo il modello americano), la sconfortante, diffusa ignoranza delle giovani generazioni e la rimozione del passato all’origine di tante dispute attuali, prive di senso e di memoria storica.

Eppure non tutte le riforme erano state concepite per nuocere. La riforma del 1969 che ha edulcorato l’esame di maturità e liberalizzato gli accessi all’università, e i “decreti delegati” del 1974, che hanno introdotto la rappresentanza dei genitori, del personale tecnico e degli studenti (solo nella scuola superiore), avevano senz’altro buoni propositi ma sono forse all’origine di un certo lassismo nei licei. E hanno finito per provocare fenomeni di rigetto, come l’introduzione del numero chiuso per certe facoltà. Sono andate senz’altro nella giusta direzione altre importanti novità come la scuola a tempo pieno (legge 820/71), la legge 517/77 (Falcucci), che ha introdotto il principio dell’integrazione e dell’insegnamento di sostegno, ha stabilito nuove norme sulla valutazione, oltre ad aver abolito gli esami di riparazione per la scuola media; e infine la riforma Berlinguer del 1997, che ha innalzato l’obbligo scolastico, ha “controriformato” l’esame di maturità, introdotto l’autonomia scolastica e riordinato i cicli.

Da allora è stato un susseguirsi di leggi e leggine, aggiustamenti e proposte di revisione radicale che hanno preso il nome dei proponenti senza mai assurgere alla dignità di una vera e propria riforma: da Moratti (2002) a Fioroni (2006), da Gelmini (2008) alla “Buona scuola 1 e 2” di Renzi-Fedeli (2015 e 2017). Di fatto le novità introdotte, al di là dei (soliti) buoni propositi, hanno prodotto pochi cambiamenti sostanziali, e, in certi casi, hanno dato corpo al fantasma che incombe sull’urgenza di riformare il sistema, cioè quello di ridurre sostanzialmente i costi dell’istruzione.

Un’efficace sintesi della situazione attuale, che ci riporta mestamente al discorso iniziale sottolineando il mancato raggiungimento di alcuni obiettivi costituzionali – riassumibili nel dettato degli articoli 33 e 34, che oltre all’obbligatorietà e gratuità dell’istruzione dell’obbligo, stabiliscono il libero accesso all’istruzione scolastica, senza alcuna discriminazione, e il riconoscimento del diritto allo studio anche a coloro che sono privi di mezzi –, è contenuta nel rapporto di Almadiploma, consorzio delle università italiane, ripreso da un articolo di Repubblica pubblicato il 22 dicembre 2017 a firma di Corrado Zunino. “Il rapporto tra discente e famiglia di provenienza è ancora stretto – vi si legge –. Tra i ragazzi che frequentano il classico il 69 per cento ha genitori laureati. L’aliquota declina al 43 per cento per lo scientifico, crolla al 13 per il tecnico-economico e all’8 per chi è iscritto a un istituto professionale per l’industria e l’artigianato. Ai licei vanno i figli alto-borghesi (47 per cento al classico) e poco i ragazzi di famiglia proletaria (8 per cento)”. Come dire che la mobilità sociale, vero indicatore di una società più equa ed effervescente, non è andata avanti, e in certi casi è tornata indietro. Né si intravedono novità positive all’orizzonte. “A fronte di una Germania che non ha rette d’ateneo in quasi tutti i Länder del paese – conclude l’articolo – nel decennio 2006-2016 la pressione fiscale universitaria da noi è cresciuta del 61 per cento e la tassa media è passata da 775 a 1.249 euro. Due regioni di tradizionale benessere hanno ridotto l’importo delle borse di studio. A dicembre l’Emilia Romagna ne coprirà solo l’85 per cento. La Toscana ha ridotto fino a 180 euro l’importo e ha aumentato il costo dei pasti nelle mense. Campania e Sicilia devono ancora erogare le borse dell’anno scorso”.