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Chissà cosa penserebbero i nostri antenati se sapessero che uno dei temi scottanti dei giorni nostri è il gender gap, il divario di genere tra uomini e donne. Certo si meraviglierebbero di fronte ai progressi fatti in un secolo dalla parità di genere. Resterebbero a bocca aperta nello scoprire quante donne sono al governo e occupano posti di comando (meno per il fatto che molte di loro sono regine e principesse, perché questa è una vecchia storia). Ma, non avendo a disposizione gli strumenti della statistica, non riuscirebbero a capire perché, nonostante l’apparente uguaglianza in tutti i settori della società e dell’economia, il divario ancora permane.

Cari antenati, il mistero è presto svelato: la statistica non si basa sul potere conquistato dalle donne o sul livello di sviluppo dei paesi in cui vivono, ma su una serie di parametri di ordine economico, politico, culturale, educativo e sanitario. È questo il criterio adottato dal World Economic Forum, che ogni anno pubblica un Rapporto sulla situazione nel mondo, con tanto di classifica. Interesserà sapere che nel 2017 l’Italia figura all’82° posto su un totale di 144 paesi, dietro Zimbabwe, El Salvador e Vietnam. Ancora più umiliante per noi la classifica delle opportunità lavorative: dieci anni fa l’Italia era all’87° posto, mentre oggi è al 118° (la Germania è al 43°).

I primi posti sono occupati dai soliti paesi virtuosi, Islanda in primo luogo e poi la Scandinavia al gran completo. A sorpresa, però, troviamo al 5° posto il Ruanda, al 7° le Filippine, all’11° il Burundi e al 14° la Namibia. Quindi la parità non è esclusivo appannaggio dell’occidente. Altrove la parità viene messa in atto senza bisogno di scomodare i grandi principi. Invece, come c’era da aspettarsi, i paesi a maggioranza musulmana e con forte impronta tradizionalista, che la disdegnano sia ideologicamente sia nella prassi quotidiana, figurano agli ultimi posti (il 144° è occupato dallo Yemen).

Torniamo in Italia. Lo scorso agosto l’Istat ha fatto sapere che l’occupazione delle donne ha raggiunto il 48,8 della popolazione femminile, il livello più alto dal 1977, anno a cui risalgono le serie storiche comparabili. Da considerare, però, che la media dell’occupazione femminile in Europa è del 65 per cento. L’Italia (59,4 per cento al nord, 32,3 per cento al sud) figura ancora una volta agli ultimi posti della classifica, davanti alla sola Grecia. Inoltre l’aumento dell’occupazione femminile sembra dovuto soprattutto alla riforma che ha innalzato l’età pensionabile delle donne. È vero che le donne (dati Eurostat) occupano posti di responsabilità nel governo – meglio Renzi che Gentiloni –, nei partiti e nei consigli d’amministrazione, ma ciò non significa che abbiano compiuto passi avanti sul cammino della parità sostanziale. L’unica novità positiva è costituita dalla legge 215/2012, che ha introdotto la doppia preferenza in numerose regioni e in tutti i comuni con più di 5 mila abitanti, contribuendo ad aumentare la presenza femminile negli organi rappresentativi degli enti locali.

Resta un’ultima, fondamentale, questione: il gender pay gap, il differenziale retributivo di genere, che si riduce molto più lentamente di tutti gli altri divari tra uomini e donne nel lavoro, nell’istruzione, nelle istituzioni e nei posti di potere. Ma perché – si chiede Roberta Carlini su Internazionale del 7 marzo 2017 – ancora oggi le donne guadagnano meno degli uomini? Innanzitutto dipende dal modo in cui viene misurato il fenomeno. La paga oraria, ad esempio, non tiene conto della diffusione del lavoro part-time tra le donne (nel 2015 era al 32,4 per cento per le donne, contro il 7,8 per cento per gli uomini). In secondo luogo il basso tasso di occupazione femminile può paradossalmente restringere il divario salariale, se a restare fuori dal mercato del lavoro sono le donne meno qualificate che svolgono le mansioni più basse nei settori meno remunerativi.

Qui influisce spesso la scelta (a volte obbligata) delle donne di conciliare lavoro e famiglia. La maternità e il relativo congedo comportano in media una perdita di retribuzione del 12 per cento a vent’anni dalla nascita del figlio (che sale al 20 per cento per le donne che non avevano al momento del congedo un contratto a tempo indeterminato, dati Inps). Molto si potrebbe fare al riguardo aumentando l’offerta di asili nido, introducendo agevolazioni fiscali per le assunzioni femminili, come si è fatto per i giovani, favorendo i congedi di paternità. “Il coinvolgimento dei padri – scrivono su laVoce.info Alessandra Casarico e Paola Profeta, docenti dell’Università Bocconi – è un elemento cruciale, soprattutto in Italia dove osserviamo uno dei gap maggiori sul totale delle ore lavorate, a casa e sul mercato, con le donne che complessivamente lavorano più degli uomini”. Una distribuzione paritaria del lavoro di cura in famiglia, e una rete pubblica che semplifichi, riduca e non aumenti il tempo destinato alla cura, potrebbero ridurre il differenziale salariale che si crea per motivi esterni al mercato del lavoro.

Sui posti di lavoro, invece – suggerisce Roberta Carlini –, l’azione per la riduzione del gender pay gap va fatta “agendo su tutti i fattori che lo alimentano: segregazione occupazionale, sotto-inquadramento delle donne rispetto alle loro qualifiche, tetti di cristallo alle loro carriere. E anche con la trasparenza: adottando per esempio la legge inglese che dal 2015 obbliga le imprese con più di 250 dipendenti a rendere pubblico il differenziale retributivo tra uomini e donne”.