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Si fa presto a dire corruzione, argomento che tocca le corde dell’indignazione collettiva ma che, quando andiamo a stringere, si perde facilmente nell’indeterminatezza. Iniziamo a dire che la corruzione comprende una serie di reati diversi. Secondo Transparency International (https://www.transparency.it/mappiamo-la-corruzione/) “si va dall’abuso d’ufficio al voto di scambio, passando per il riciclaggio e la truffa”, mentre i settori più coinvolti sono i lavori pubblici, la sanità, la politica, l’ambiente, lo sport, la difesa, eccetera eccetera. “Tutti settori potenzialmente collegati fra loro”, chiarisce Transparency, la quale conclude poi ottimisticamente: “Cercare di estirpare la corruzione è la nostra missione, ma per combattere un male bisogna conoscerlo e per farlo dobbiamo prima di tutto scovarlo”. Una parola insomma.

Ci ha provato più di vent’anni fa Mani Pulite, strappando il velo su una rete di corruzione estesa su buona parte dell’economia e della politica italiana. Oggi ci ritroviamo più o meno al punto di partenza, come dimostra la cronaca quotidiana. Tanto che la stessa Transparency International, quando è stato presentato l’“indice di corruzione percepita relativo al 2016” lo scorso 25 gennaio, ci ha collocato al 60° posto nel ranking mondiale (in leggera risalita). Peggio di noi in Europa solo Grecia e Bulgaria. Né vale a consolarci il fatto che quella classifica attesti la diffusione della corruzione un po’ in tutto il mondo, compresi i paesi che spesso invochiamo come esempi di buona condotta, come gli Stati Uniti (18° posto), la virtuosa Germania (10° posto) e la Francia, nostra perenne pietra di paragone (23° posto).

Vale la pena citare a questo proposito lo studio di tre economisti italiani (Oriana Bandiera, Tommaso Valletti e Andrea Prat) pubblicato il 4 settembre 2009 sull’American economic review e ripreso da Giacomo Galeazzi e Ilario Lombardo su lastampa.it del 18 febbraio 2106. Secondo questa ricerca, in Italia su 100 euro di sprechi 83 sono dovuti a inefficienza, 17 a corruzione. “Il criterio di calcolo – scrivono gli autori – potrebbe essere la base sistematica per valutare il peso dei danni subiti dalla pubblica amministrazione, se solo il governo istituisse un gruppo di lavoro incaricato di replicare lo schema. Gruppo, che però non esiste. E non è l’unica mancanza. A dar retta a chi combatte per far quadrare i conti dello Stato, non si può vincere questo moloch illegale senza un attore indispensabile. In inglese si chiama whistleblower, letteralmente «colui che soffia nel fischietto», immagine suggestiva per descrivere chi scopre un illecito e lo denuncia”.

Sergio Rizzo, su la Repubblica del 16 novembre 2017, ricorda che “da quando nel 2011 esiste negli Usa il whistleblower program, la Sec (la Consob americana) ha recuperato 584 milioni: i denuncianti non soltanto hanno avuto protezione, ma sono stati ricompensati con 111 milioni”. In Italia la legge sul “wistleblower” è stata approvata lo scorso 15 Novembre, ma l’argomento è comunque spinoso dato che la figura dello spione – perché di questo alla fine si tratta – non è molto popolare da noi, specie nella pubblica amministrazione.

Qui veniamo al punto dolente. Come estirpare il cancro della corruzione in un paese che non ha né la cultura né la tradizione della trasparenza a tutti i livelli (anche se, come abbiamo visto, si trova in buona compagnia) e che convive con la corruzione da tempo immemorabile? In primo luogo, per rispondere a questa domanda da un milione di dollari, occorrerebbe introdurre o rafforzare alcune misure legali imprescindibili: la legge appena citata è una di queste, ma poi vi sono la regolamentazione delle gare pubbliche in particolare per quanto riguarda appalti e subappalti, il conflitto di interessi, la tracciabilità dei prodotti, la limitazione nell’uso del contante, la lotta contro l’evasione fiscale, il controllo delle attività bancarie, la trasparenza nella pubblica amministrazione, il divieto di nepotismo a tutti i livelli, e chi più ne ha più ne metta.

Tutto ciò rischia però di essere vanificato senza una rivoluzione culturale profonda che inizi dall’educazione nelle scuole e finisca per coinvolgere le coscienze individuali: perché, se ciascuno si facesse un buon esame di coscienza, scoprirebbe che il germe della corruzione è ben saldo dentro ciascuno di noi.