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Dinanzi al mare la felicità è un’idea semplice. Oltre ad essere uno spettacolo naturale, il mare è essenziale per la nostra sopravvivenza, e infatti rappresenta il 70% del pianeta ed è la casa di miliardi di specie. E poi non tutti lo sanno, ma nel mare ci sono anche vere e proprie foreste che, come quelle terrestri, forniscono l’ossigeno per respirare.

Nella storia, il mare è sempre stato fonte di sostentamento per l’uomo. Fino a quando negli ultimi anni non si è iniziato a violentarlo: pesca illegale ed eccessiva, petrolio, veleni di ogni tipo riversati quotidianamente nelle sue acque.

Il nemico numero uno del mare

C’è poco da scherzare: siamo noi esseri umani i primi nemici del mare. E questo perché veneriamo un “mostro” apparentemente invincibile e composto da una catena di polimeri (monomeri) che comunemente chiamiamo “plastica”.

La plastica è proprio come un diamante … è per sempre!

La storia ci riporta agli anni 50, al quando ebbe inizio la logica dell’usa e getta. Oggi la plastica usa e getta è ovunque e in pochi anni si è persa l’etica del riuso che ha connotato la vita dei nostri nonni.

Mentre la produzione di plastica cresce esponenzialmente, non è stato scoperto il metodo per smaltirla e in grossa parte finisce in mare. La situazione oggi è evidentemente sfuggita di mano. Nel nord del Pacifico c’è un agglomerato di circa un milione di chilometri quadrati, un’immensa chiazza galleggiante formata dalla plastica che quotidianamente buttiamo in mare e che ha creato una enorme “zattera” approssimativamente ubicata tra le Hawaii e la California. Questo accumulo è dovuto ai vortici (gyre) di correnti e venti che fanno circolare l’acqua in senso orario e la bloccano al di fuori dei vortici stessi, favorendo così la creazione “dell’isola della plastica”.

L’ecosistema non resta immune dalla presenza dei rifiuti. Molti animali infatti se ne cibano e la nocività di questa “alimentazione” non si riflette solo nella morte di questi stessi esemplari, ma anche sulla salute dell’uomo.

In alcune zone del mondo, come sull’isola di Henderson (nel Pacifico del Sud), la quantità di plastica (38 milioni di pezzi) è arrivata a ricoprire il 99 per cento della superficie dell’intero atollo. E secondo altri studi il 90% degli uccelli marini consumano più di 8 milioni di libre di rifiuti di plastica che trovano negli oceani.

Il timore degli scienziati è che queste isole si ingrandiscano sempre di più, contribuendo a un «disastro globale» a quel punto difficile da fermare.

Per “ironia della sorte”, oltre ad una petizione, il corposo gruppo trasversale di ambientalisti chiede che le Trash Island vengano riconosciute come un nuovo continente.

Quel che serve è unire le forze nell’ambito di un network di intelligenze. Il “One Ocean Forum” che si è tenuto a Milano ha registrato la collaborazione di scienziati, imprese e rappresentanti del mondo accademico. Alla fine si è dati vita alla Charta Smeralda: un decalogo che definisce un codice di comportamento per la tutela del mare mirato a coinvolgere tutti: dai cittadini alle istituzioni. Il suo slogan è: «Più diffondiamo la gravità in cui si trova il nostro ecosistema marino, più saremo in grado di trovare nuove soluzioni».

Il mondo scientifico, culturale e politico deve confidare nei giovani che stanno dimostrando una grande sensibilità verso il problema e che, nei fatti, stanno ricercando nuove soluzioni. Un esempio per tutti viene dall’innovativa bottiglia per l’acqua ricavata con delle alghe commestibili e inventata da un team di giovani. Si tratta di un piccolo contributo, ma estremamente significativo.

La posta in gioco è altissima, e per questo serve un provvedimento di caratura “internazionale” in grado di fermare l’uomo e la sua “mano”. Naturalmente non servono solo le leggi, ma anche una nuova cultura indirizzata al consumo responsabile e al raggiungimento di un’economia circolare.

Cominciamo dal mare.