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Nel capitolo che il rapporto annuale di Reporters sans Frontières dedica all’Italia (52sima posizione per libertà di informazione nel 2017) vengono denunciate violenze e pressioni contro i giornalisti, in particolare quelli che svolgono lavori di inchiesta e che optano spesso per l’autocensura. Ma questa è solo la punta dell’iceberg. L’informazione in Italia soffre di mali molto più profondi, anche e soprattutto se la si confronta con il resto del mondo.

La grande differenza tra il nostro paese e quelli dove la libertà di stampa viene praticata e difesa tenacemente, cioè i paesi anglosassoni e quelli del Nord Europa, è che da noi non è mai esistita la figura dell’editore puro, quello che investe nel mondo dell’informazione per trarne profitto. In Italia gli editori hanno quasi sempre fatto altri mestieri, che vanno dalla produzione di auto alla grande finanza, dall’edilizia alla proprietà di network centrati sulla televisione, per finire ai partiti e alla Chiesa. Questo ha condizionato non poco la qualità e la libertà di informazione in senso lato. Ma soprattutto, grazie al mostruoso conflitto di interessi tra i grandi gruppi e la più importante concessionaria di pubblicità, la Sipra (posseduta appunto da quegli stessi gruppi), ha orientato il mercato secondario della pubblicità verso le grandi testate, e negli ultimi anni quasi esclusivamente verso la televisione.

È proprio in base a questa anomalia che in Italia, unico caso in Europa e forse nel mondo, fu introdotta nel 1981 la cosiddetta “legge sull’editoria” – riformata per tre volte, senza mai arrivare al nocciolo della questione – che concede finanziamenti alle testate gestite da cooperative di giornalisti.

La legge ha consentito ad alcune testate di sopravvivere faticosamente (Il Manifesto), ad altre di attingere alle risorse pubbliche quando avrebbero potuto benissimo provvedere da sole (i giornali di partito e lo sterminato mondo della pubblicistica religiosa). Ma soprattutto ha lasciato spazio a una serie di abusi e di irregolarità, il cui peso ha finito per gravare sul bilancio dello Stato e penalizzare chi aveva diritto ai finanziamenti e non ha potuto usufruirne.

In questo sconfortante scenario, che non è mai cambiato nell’ultimo quarto di secolo se non per il fatto che molte testate hanno cessato le pubblicazioni per bancarotta o perché ormai fuori tempo massimo (L’Unità su tutti), hanno fatto irruzione Internet e l’informazione digitale, modificando in modo radicale la produzione e il consumo di informazione, in Italia come nel resto del mondo.

Fa quasi tenerezza osservare gloriose testate cartacee come il Corriere della Sera, la Stampa e il Messaggero relegate alla malinconica lettura di un pubblico anziano sulle panchine dei giardinetti pubblici. E non è azzardato immaginare un’analoga sorte per i telegiornali delle reti pubbliche, un tempo seguiti quasi religiosamente (“Lo ha detto la televisione…!”) e oggi minacciati dall’informazione in tempo reale dei cellulari e dei social network. Riescono a tenere, ma chissà ancora per quanto, i giornali di opinione fortemente orientati (Il fatto quotidiano, Il Giornale, Libero) e quelli che sono riusciti a combinare con il traino reciproco informazione cartacea e digitale (La Repubblica). Il fatto è che nessun giornale, neppure quelli che possono vantare la migliore qualità dell’informazione come il New York Times, ha ancora trovato la formula magica per rendere redditizio l’investimento sull’informazione digitale a pagamento, sebbene l’invasione della pubblicità sulle testate online sia sotto gli occhi di tutti. E se Messene (i giornali) piange, Atene (la televisione) non ride.

Comunque, il dominio dell’informazione digitale e dei grandi network multimediali, destinato quasi certamente a vincere l’intera posta, apre un problema enorme relativo alla qualità dell’informazione. Credibilità, professionalità, trasparenza, accessibilità, fake news, capacità di orientare consumi e preferenze politiche: tutto ciò costituisce il nuovo terreno di gioco. Le regole non sono ancora state fissate, ma la partita è cominciata lo stesso.