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In Italia, secondo i più recenti dati Istat, nel 2017 sono aumentati gli occupati (+1,6%, +375 mila), questo sia per gli uomini sia per le donne. I lavoratori dipendenti sono cresciuti di 417 mila unità, 350 mila dei quali con contratti a termine e 66 mila con contratti permanenti. Sarebbe interessante spendere due parole sulla composizione degli occupati per età, ma questo ci porterebbe lontano., mentre qui ci interessa partire da questi pochi dati per fare alcune considerazioni.

La prima è che trovano conferma i segnali di ripresa dell’economia ma che il tasso di crescita in Italia resta fermo al +0,8 rispetto al + 2,2 della media europea. Ciò segnala una debolezza strutturale del nostro paese, evidentemente ancora in transizione da un’economia fondata sul vecchio equilibrio fra i settori a un’economia post-industriale e inserita nel mercato globale. In effetti, se osserviamo le tendenze di lungo periodo, l’agricoltura, il settore primario, è passata dalla colture estensive del dopoguerra a una produzione molto più ristretta, specializzata e basata sulle eccellenze locali. In altre parole, si esportano i prodotti tipici, che mantengono anche una quota di mercato nazionale, e si importano i prodotti di largo consumo: grano, caffè, riso, cereali, ecc.

L’industria, il settore secondario, si è ormai lasciata alle spalle l’epoca delle grandi aziende manifatturiere, che avevano poi trovato una loro “peculiarità” tutta italiana con la centralità acquisita dalle partecipazioni statali. Così abbiamo visto andare in crisi, ridimensionarsi o addirittura scomparire, settori come la siderurgia, la cantieristica e la chimica. Oggi l’industria manifatturiera di maggiore successo è quella che è stata capace di specializzarsi e di misurarsi sul mercato globale puntando sulla qualità (due esempi per tutti: la Ferrari e la moda), spesso ricorrendo anche al trucco delle delocalizzazioni per risparmiare sulla manodopera.

Il terzo settore, i servizi, è quello che ha le maggiori potenzialità, come ha ampiamente dimostrato lo sviluppo del turismo negli ultimi decenni. A tutt’oggi però i servizi soffrono di insufficienze croniche dovute alla carenza di reti infrastrutturali, materiali e immateriali. Il che è particolarmente grave, dato che in questo settore rientrano attività la cui efficacia rappresenta il vero termometro di un Paese. Stiamo parlando di scuola, sanità e trasporti, tutto ambiti fortemente dipendenti dallo Stato e le cui traversie sono altrettanto note e risapute.

Ci sarebbe poi il cosiddetto quarto settore, il volontariato, che contribuisce in misura fondamentale alla crescita del prodotto interno lordo, ma che non gode di altrettanta visibilità. Il volontariato del resto è in buona compagnia, dato che vi sono altri “settori” che hanno, purtroppo, un ruolo fondamentale nella tenuta del nostro paese pur non entrando nelle statistiche ufficiali: parliamo ad esempio del lavoro nero e l’economia del malaffare

In mezzo a questo guazzabuglio tra legalità e illegalità c’è anche il lavoro degli immigrati. Il contributo di questi ultimi si è finora rivelato fondamentale per la sopravvivenza del sistema previdenziale pubblico – lo ha riconosciuto lo stesso presidente dell’Inps Tito Boeri –, dato che gli immigrati (regolari) versano contributi a vantaggio della fiscalità generale ma poi non riscuotono quanto dovuto al termine della carriera lavorativa, a meno che non decidano di restare in Italia. Chi ha avuto a che fare con una badante sa perfettamente di cosa stiamo parlando.

Questo il quadro generale. Ma c’è un altro dato che va evidenziato; ed è la proporzione dei nuovi assunti con contratti a termine rispetto a quelli a tempo indeterminato. Su questo dato hanno influito in larga misura gli incentivi fiscali varati dal governo, ma la tendenza alla precarizzazione/flessibilizzazione del mercato del lavoro sembra ormai irreversibile.

Qui si apre uno scenario inedito e di portata storica, sul quale converrà forse tornare con un discorso più approfondito. Di certo questa nuova configurazione del mercato del lavoro ha implicazioni profonde, che vanno dall’atteggiamento dei giovani e degli anziani nei confronti del lavoro e della vita al ruolo dei sindacati, dall’impatto del fisco e della previdenza a quello della demografia e del welfare, con tutti i riflessi economici, politici, culturali che ne conseguono. Ne parleremo ancora, questo è certo.